Il decreto scuola è un decreto civiltà (occidentale)

· 24 Settembre 2026


Cari ascoltatori, si chiama Decreto legge sulla scuola ma è molto di più, è un cambio di paradigma il provvedimento appena approvato in Consiglio dei ministri: tetto del 30% agli alunni stranieri nelle classi e no al burqa. Detto così sembra semplice, ma è davvero una svolta, perché con questo decreto la politica smette di subire processi e fenomeni della contemporaneità come se fossero frutto di un destino cinico e baro, e prova a guidarli, a gestirli, a inserirli in una visione del mondo, nel solco liberale della convivenza civile.

Questo avviene affrontando e combattendo il rischio di una regeressione, di un cambio di usanze, di valori, di paesaggio antropologico in molte nostre città, spesso nei quartieri più popolari: l’irruzione in classe di pratiche di vita che contraddicono i nostri valori basilari, la nostra identità culturale di occidentali, cui segue un livellamento-decadimento formativo che genera anche abbandono scolastico. Non è un destino cinico e baro, è un insieme di fenomeni che la politica può prendere in contropiede, e con questo decreto lo fa.

La misura del tetto agli stranieri scatterà dall’anno scolastico 2027-28 per le classi prime di elementari, medie e superiori: il limite indicato è il 30%, ma non indistinto, cioè non è etnico, con buona pace della caricatura che ne fanno le anime belle progressiste. Per esempio, per le elementari vi rientrano gli alunni stranieri che non sono nati in Italia o non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia in Italia; alle medie e alle superiori verranno coinvolti gli studenti con cittadinanza italiana che non abbiano frequentato con esito positivo almeno tre anni nel sistema scolastico italiano. In pratica, gli alunni che non hanno una padronanza minima della lingua, che consenta loro di iniziare un percorso didattico alla pari con i compagni: il problema è il decadimento formativo, la mancata integrazione degli uni e il mancato avanzamento degli altri, non la provenienza. È il contrario del razzismo, è la ricerca di un’integrazione vera e sostenibile.

Ci sono poi delle postille: quando, in alcuni quartieri, le iscrizioni non permettessero di rispettare il limite, gli uffici scolastici e territoriali dovranno distribuire gli studenti tra le scuole vicine, tenendo conto della prossimità al domicilio, delle esigenze familiari. Insomma, non c’è alcun accanimento.

Quanto a visione del mondo, il provvedimento principe è quello che stabilisce che non si potrà partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto in modo tale da impedirne il riconoscimento: in Italia-Europa-Occidente sembra un’ovvietà, e invece la realtà dice che non lo è: abbiamo visto come a Mestre, a Monfalcone, in molte periferie milanesi e romane questa pratica, insostenibile per la didattica e culturalmente barbara, è quotidianità. Ora non potrà più esserlo. La violazione comporta una multa da 200 a 1.000 euro, che ovviamente in caso di ragazze minorenni sarà a carico dei genitori.

La formulazione non cita espressamente burqa o niqab, non c’è un’ottica discriminante verso gli islamici, riguarda qualsiasi modalità che impedisca di riconoscere il volto delle bambine o dei bambini. Il fatto che nella maggioranza dei casi l’occultamento del volto sia legato alla religione islamica, è solo un dato di cronaca. A scuola il volto si deve vedere, a scuola la persona vale in quanto tale e deve essere riconoscibile, esprime una soggettività libera e irrepetibile senza la quale non ci può essere apprendimento: e questo vale soprattutto per la bambina, o ragazza, che ha gli stessi diritti e deve avere le stesse condizioni di partenza del bambino, o ragazzo.

Un’altra misura è che le scuole dovranno segnalare ai servizi sociali i casi in cui le persistenti barriere linguistiche dei genitori ostacolino l’integrazione scolastica del figlio. I servizi sociali potranno predisporre un corso gratuito di italiano, e in caso di rifiuto dovranno attivare i provvedimenti del caso. Anche perché siamo in un Paese in cui ancora si infierisce sulla cosiddetta “famiglia nel bosco”, che ha il torto di praticare uno stile di vita neo-rurale, e poi magari non si interviene se i genitori ghettizzano davvero i loro figli: il decreto ripristina una priorità nella tutela dei minori.

Ci sono poi altre misure: aumentano le risorse per i libri di testo gratuiti e i fondi contro il cyberbullismo. Ma la vera importanza sta nell’architrave, ell cambio di paradigma: la politica non si rassegna a che la nostra identità si disperda in un multiculturalismo liquefatto, al velo islamico a scuola, a un progressivo livellamento verso il basso del nostro sistema dell’istruzione. Tutto questo non è assodato, non è accettato e la politica ha appena fatto qualcosa per invertire la tendenza: ha finalmente fatto se stessa.


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