Ci mancava la Procura woke: vietato dire la nazionalità degli indagati
Giovanni Sallusti · 10 Luglio 2026
Cari ascoltatori, stasera abbiamo un caso di neolingua politicamente corretta, anzi di non-lingua, nel senso della rimozione diretta di qualche cosa che non è gradito. Oggi su qualche giornale, per esempio sul sito di Libero, è apparsa la notizia che la Procura generale di Perugia ha deciso di fissare nuove regole per la comunicazione degli uffici requirenti del distretto. Il documento è datato 12 giugno 2026, ed è un decalogo di principi, alcuni dei quali sono non solo condivisibili ma anche architravi della convivenza di una liberal democrazia: il rispetto della presunzione d’innocenza – che non ci è sempre sembrata una priorità nel cortocircuito tra Procure e giornali che Giuliano Ferrara chiamava ‘circo mediatico giudiziario’; la sobrietà nella diffusione delle notizie e il divieto di spettacolarizzare le indagini. Fin qui la Procura va addirittura in controtendenza rispetto alle derive di ultra-mediatizzazione e ultra-spettacolarizzazione da parte di un pezzo di magistratura.
Subito dopo, però arriva la wokata, che è sempre in agguato e quando ha a che fare con le regole del discorso pubblico è doppiamente inquietante: “È fatto divieto di indicare la nazionalità dell’indagato, salvo che ciò risulti strettamente indispensabile per specifiche e motivate ragioni di interesse pubblico”. È una disposizione orwelliana, pensiamola applicata ai due casi di cui abbiamo parlato questa mattina: stando a queste regole, non dovrebbe essere diffusa la nazionalità tunisina del signore che a Jesi ha ucciso a coltellate la ex fidanzata, né che a Milano alla fermata Duomo della metro il tizio che ha sfregiato il volto di una ragazza urlando ‘sono uomo e musulmano’ è algerino.
Capite che questo è politicamente corretto estremo: a fare impressione è che ora abbia l’imprimatur di una Procura, perché queste autocensure sono già praticate d’abitudine da molti giornalisti. Per esempio, che lo sfregiatore fosse algerino e urlasse ‘sono musulmano’ sulla home del Corriere non c’è, potrebbe essere stato un signor Brambilla.
Fa impressione che a ratificare questa indicazione sia un importante apparato dello Stato, una parte fondamentale del sistema giudiziario di una democrazia liberale. Evidentemente serpeggia la paura che emerga il fatto che i responsabili di certi reati non sono prevalentemente dei signori Brambilla. D’altra parte i dati sono eloquenti: gli immigrati rappresentano circa il 9% della popolazione italiana, ma sono il 34% della popolazione carceraria e per alcuni reati svettano nella classifica delle denunce, 52% per le rapine, 50% per i furti, 44% per le violenze sessuali, 31% per violazioni delle leggi sugli stupefacenti.
Insomma i numeri parlano di un fenomeno, la delinquenza, nel quale, fra immigrazione incontrollata e seconde generazioni, la provenienza geografica non è irrilevante. E poi la nazionalità è un elemento di cronaca, è nell’abc del giornalismo, delle celebri “cinque W”: il “chi” è protagonista della notizia, se uno è tunisino, algerino, polacco, lituano, caraibico, groenlandese non è trascurabile. Con quel decalogo, invece, si vuole rimuovere l’oggettività della cronaca in nome dell’ideologia: che lo faccia apertamente una Procura generale della Repubblica è francamente assai agghiacciante.