Perché Lepore può (e deve) essere rimosso
Giovanni Sallusti · 22 Luglio 2026
Cari ascoltatori, si può ipotizzare la rimozione di Matteo Lepore dalla carica di sindaco di Bologna? Non è una provocazione iperbolica né una forzatura polemica, ma una valutazione che scaturisce dalla cronaca degli ultimi giorni: sarebbe una misura-limite causata dall’assenza di limite nella comunicazione da parte del primo cittadino felsineo.
Questo ragionamento si lega a uno specifico riferimento della legislazione, il Testo unico degli enti locali, approvato con decreto legislativo il 18 agosto 2000, che disciplina l’ordinamento, le funzioni e l’organizzazione di Comuni, Province e Città metropolitane, decreto approvato dal governo Amato II e promulgato con la firma dell’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi: ideologicamente siamo al di là di ogni sospetto. In questo testo sono codificate le eventualità in cui il mandato di un sindaco può terminare prima della scadenza naturale: mozione di sfiducia votata dal Consiglio comunale, decadenza automatica legata a cause di incompatibilità e rimozione per gravi violazioni illustrate all’art. 142, il quale dice che il sindaco può essere rimosso “per atti contrari alla Costituzione, gravi e persistenti violazioni di legge, gravi motivi di ordine pubblico”.
Ora le prime due evenienze non ci sono, non risulta turbolento il rapporto di Lepore con la Carta e con le leggi ordinarie. Ma i gravi motivi di ordine pubblico? La cronaca degli ultimi giorni non è normale, fisiologica in un ordinamento democratico liberale. Neppure mezz’ora dopo la tragedia di Fakir (il quale leggiamo stamane aveva pure aggredito i poliziotti a morsi) il sindaco di Bologna ha convocato una manifestazione al grido di ‘verità e giustizia per Fakir’ che suona proprio come una presa di posizione in contrapposizione alle forze dell’ordine, quindi una delegittimazione da parte di una istituzione.
In una città come Bologna, dove la tensione sociale è altissima e i collettivi antagonisti non vedono l’ora di mettere tutto a soqquadro, è stata un’iniziativa avventata che di certo non ha contribuito a migliorare ordine pubblico, tant’è che la sera stessa, a ruota della manifestazione convocata anche da Lepore, è partita la guerriglia urbana dei centri sociali. E il giorno dopo il sindaco ha detto che bisognava “portare in piazza la voce delle vittime”, parola pericolosa perché sottintende che ci sono dei carnefici, al di là della tragedia per quella morte, ed è facile capire che si parla potenzialmente della polizia.
Peggio ancora, Lepore in tv ha aggiunto che “se le istituzioni non faranno il loro dovere, ci saranno altri disordini”: come fa a saperlo, che informazioni ha, che collegamenti ha con gli antagonisti, sta prendendo provvedimenti drastici per evitarli? Questo è o non è un gigantesco problema di ordine pubblico?
Poi c’è il bilancio della guerriglia urbana, sulla quale Lepore non ha responsabilità dirette, ma che dal punto di vista politico è stata figlia della convocazione della manifestazione, cui è seguita una postura perlomeno ambigua sulla polizia, senza compostezza istituzionale, senza continenza. Il risultato della guerriglia: 64 agenti feriti e tra auto bruciate, vetrine sfasciate, imbrattamenti, danni per circa 300 mila euro di danni. Questa è una ferita inflitta allo stesso concetto di ordine pubblico cittadino.
Quindi, al di là delle azioni e delle dichiarazioni quanto meno sgangherate di Lepore nei giorni della tragedia di Fakir, è sostenibile dire che sussistono gravi motivi di ordine pubblico per cui Lepore non è più in grado di esercitare la carica: quindi può essere rimosso dalla carica, come consente il Testo unico degli enti locali, e nel caso l’iniziativa dovrebbe essere presa da un decreto del Ministero dell’Interno. Di sicuro non è peregrino sostenere che l’azione di Lepore può e forse deve essere messa in discussione.