Colpi di calore arcobaleno: guida gender per i pediatri
Marco Tognini · 25 Giugno 2026
Nella nostra rubrica “Sic et non”, Marco Tognini presenta e analizza i temi politici della settimana, nazionali e internazionali: tra questi, Tognini prende in esame una notizia legata al tema dell’ideologia al potere e della manipolazione delle generazioni più giovani. Il tutto parte da una dichiarazione politica congiunta scritta dalla Società italiana di pediatria e dall’Associazione culturale pediatri, che hanno pubblicato un documento intitolato “Oltre lo sguardo”, dedicata ai temi dell’identità di genere, dell’orientamento affettivo e sessuale, dell’accoglienza delle differenze anche nei percorsi di cura pediatrici.
La guida reca la data dello scorso 15 giugno e verrà presentata ufficialmente a Roma il prossimo autunno. Quello che lascia particolarmente perplessi è che queste linee guida non forniscono degli approcci medici, ma sono un manuale vero e proprio di indottrinamento, costruito intorno alla premessa che i bambini e gli adolescenti Lgbtq sperimentano sulla propria pelle “stigma, incomprensioni e discriminazioni” e che il pediatra deve essere il “primo punto di ascolto” per dare assistenza al coming out. È inclusa anche la promozione della carriera alias scolastica, che è quella che consente a una persona con “disforia di genere” di farsi chiamare con un suo soprannome e non con il nome di nascita.
Si parla infatti di “apertura verso un linguaggio rappresentativo e rispettoso di ogni identità”. E si aggiunge che, pur “consapevoli dei limiti dell’impiego del maschile sovraesteso, si è scelto di aderirvi per garantire maggiore comprensibilità nel testo e ridurre il carico cognitivo del lettore”. Insomma, un manifesto di rivendicazioni anche nel linguaggio, che conosciamo dai tempi di Laura Boldrini. I consigli sono molto pratici, come usare nomi e pronomi elettivi in base all’identità del genere che il bimbo avrebbe scelto. Quindi, secondo lorsignori, un bambino di 5-6 anni può compiere una scelta del genere autonomamente, senza farsi ‘condizionare’ da altri.
Ma il cortocircuito non finisce qua: si chiede infatti anche di “collaborare con i genitori nel riconoscere e mettere in discussione gli stereotipi”: come se qualcuno potesse stabilire aprioristicamente che una colonna fondante del nostro modo di pensare è sbagliata o meno. Poi si entra addirittura nei segnali di accoglienza dei reparti medici, per esempio un logo arcobaleno: “Nella sala d’attesa occorre lasciare in bella vista non giornaletti o giocattoli, bensì brochure e libri per bambini che rappresentino diverse tipologie di famiglie, incluse le omogenitoriali e la diversità di genere. Il bagno deve essere neutro rispetto al genere e con indicazione che l’accesso è libero per tutti”.
“Indipendentemente dalla presenza di uno spazio dedicato nel software gestionale, è importante specificare nelle note il sesso – ovvero se maschio, femmina o indeterminato – il genere – maschile, femminile, non binario o gender – e il nome di elezione” (l’alias, per l’appunto). Ovviamente viene suggerita la sostituzione con diciture neutre come “genitore” invece di mamma e papà. Per prevenire lo “stress dovuto a stigma sociale e discriminazioni” è vietato infine chiedere quale lavoro svolga il padre. Bisogna optare per un neutro “Che lavoro fanno i tuoi genitori?”, ed evitare assolutamente di chiedere “Sei maschio o femmina?”. Non bisogna mai fare a una bimba ben vestita l’apprezzamento “Sembri una principessa”, così come vanno bandite frasi del tipo “Quando avrai dei figli?”. Sì, perché secondo la guida la maternità “non è un bene da affermare”: prova su strada dell’ideologia woke al potere, che deve essere assolutamente fermata.