Quindi Stasi è stato incastrato? Revisione subito!

· 29 Settembre 2026


Cari ascoltatori, il caso di Alberto Stasi diventa più kafkiano a ogni rivelazione, al punto che si rischia di dimenticare che in realtà è il caso di Chiara Poggi, lasciata agonizzante e poi morta in una mattanza terribile. Per questo se le ultime notizie, frutto dell’indagine della Procura di Pavia su un possibile enorme errore giudiziario, fossero confermate, sarebbe doppiamente grave.

Va sempre ricordato che le sentenze definitive in Cassazione – come quella che ha condannato Stasi dopo due assoluzioni – non sono un dogma: sono formalmente invalicabili fino a revisione e sono da rispettare nel dibattito, ma in una società libera possono essere oggetto di discussione. Tanto che anche in quella specie di graal che fu il pronunciamento finale su Stasi, è scritto che l’andamento dell’inchiesta “fu senz’altro non limpido, caratterizzato anche da errori e superficialità”. Non occorre nemmeno essere inveterati garantisti come noi, per vedere in quella frase un macigno in tema di ragionevole dubbio.

Ma quel che sta emergendo ora dall’inchiesta della Procura di Pavia, che poi andrà comunque confermata, è che l’allora Ris di Parma che condusse le indagini registrò sì una prima volta il dna di Chiara sui famosi pedali poi scambiati della bici – ricordate che romanzone – ma poi seppe subito dopo, da due esami successivi, che quel dna non c’era: però ciò non venne riferito. A questo punto non sarebbe più solo superficialità, sarebbe occultamento, depistaggio, e si aprirebbe uno scenario dove salta tutto, che coinvolge non solo gli inquirenti ma un’eccellenza come il Ris di Parma, e soprattutto verrebbe giù l’architrave minima dello Stato di diritto, catapultando chi finisce dentro un’indagine in una situazione di arbitrio totale, come Josef K. nel meccanismo del “Processo” descritto da Kafka. Da Alberto Stasi ad Alberto S.

Secondo l’inchiesta (che individuerebbe Andrea Sempio come indagato alternativo alla colpevolezza di Stasi), venne riscontrata una enorme presenza del dna di Chiara sui famigerati pedali: 2,78 nanogrammi per micrometro, cosa del tutto anomala sui pedali di una bici, e guarda caso l’identica quantità risultata dall’esame sul cucchiaio con cui Chiara aveva fatto colazione la mattina del delitto. Contaminazione, scambio? È curiosa la coincidenza aritmetica, una sfida alla statistica. Il fatto è che, secondo i magistrati di Pavia, le altre rilevazioni fatte nei giorni successivi, da cui quella presenza non risultava più, non furono mai allegate agli atti.

Questo nuovo elemento porta, da un punto di vista logico prima che tecnico e giuridico, dritti in direzione della revisione del processo Stasi: ci sono tutti gli elementi, questo nuovo più quelli “storici”, per cui la revisione sembra semplicemente scaturire dalla realtà. Che è anche più inquietante: non è mai stato trovato il movente che avrebbe spinto Stasi a un omicidio così efferato, non è mai stato trovato il dna della vittima sul corpo di Stasi, né viceversa. Stasi è stato intrappolato, per collocarlo sulla scena del crimine, in una finestra di 23 minuti in cui uscire di casa, raggiungere quella di Chiara, aggredire, ripulirsi, rientrare a casa sua in bici, e tutto senza che anima viva lo vedesse. Forse a malapena un killer professionista avrebbe potuto starci dentro, non un ventenne bocconiano. Se si aggiungono tutti gli errori dell’inchiesta, se ne sono contati un centinaio, e l’ultima rivelazione sui pedali della bici, diciamo che è decisamente venuto il momento di ripristinare lo Stato di diritto: revisione subito.


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