Libertà religiosa sì, libertà delle donne no: l’integrazione secondo gli islamici di Venezia
Giovanni Sallusti · 28 Agosto 2026
Cari ascoltatori, oggi vorremmo mettere in luce la stortura, anzi il ricatto islamico in atto a Venezia. Come è noto, la locale comunità bengalese, presente soprattutto a Mestre con 40mila persone, ha minacciato di bloccare la città con un maxi-sciopero se non verrà venga concessa la grande moschea che la comunità vorrebbe senza che vengano osservate le regole urbanistiche.
Il punto più inquietante (tocca scomodare Oriana Fallaci e lo scontro di civiltà) sta nelle parole rilasciate da Miah Rhitu, già candidata della comunità bengalese alle comunali con una lista a sostegno del candidato del Pd Andrea Martella: in pratica una candidata islamo-gauchista. Miah Rhitu ha un buon seguito sui social ed è intervenuta sul tema esprimendo concetti che rafforzano la nostra inquietudine: “Non si può dire prima integratevi e poi avrete una moschea. E poi, quali sarebbero questi criteri per dimostrare di essere integrati? Qual è l’unità di misura dell’integrazione? Quanto bisogna essere integrati per avere questa moschea? Una moschea non può essere il premio per chi si comporta bene, la libertà delle donne non può essere una condizione per concedere la libertà religiosa”.
Allora, prima di tutto si può dire eccome, che una comunità per essere ospitata in una nazione deve integrarsi – prima ancora che con le usanze – con i valori basilari e le leggi che regolano la convivenza in quella nazione. Poi, sulla libertà delle donne c’è chiaramente un problema di alfabeto liberale: la libertà di culto è sacra, ma nella cornice valoriale e legale del posto in cui la si esercita. Se un culto teorizza o addirittura richiede che la donna sia un essere di serie b, inferiore all’uomo, che non possa autodeterminarsi nelle scelte professionali, di abbigliamento, di relazione, allora è un problema. Se un culto prevede, come in molti Paesi islamici o islamisti, che la testimonianza di una donna in tribunale valga la metà, è un problema. Se in alcuni Paesi islamisti alle donne viene sfracellato il cranio o vengono internate e torturate perché non indossano il velo coranicamente corretto, è un problema.
Se un culto prevede l’oppressione, la subordinazione di un individuo a un altro, viene meno la libertà individuale, che è la precondizione per avere cittadinanza nella società italiana, europea, occidentale: per cui quel culto non può essere coccolato o difeso a priori. È qui che salta la logica di costoro. Ha spiegato il sindaco di Venezia Simone Venturini, intervistato oggi da Libero: “Oggi la quasi totalità delle donne della comunità islamica bengalese non sono per nulla integrate nel tessuto sociale della città. Girano col velo integrale, quasi nessuna parla l’italiano che è la condizione base per potersi rapportare con il resto dei cittadini; per questo passeggiano o in gruppo tra di loro, o accompagnate dagli uomini che parlano la nostra lingua. Poi c’è un altro tema molto importante: l’avvio lavorativo per le donne della comunità islamica è praticamente nullo. Insomma c’è molto su cui lavorare per arrivare a una vera integrazione”.
L’integrazione non è un dogma in cui tutto è a prescindere, come vuole la religione islamofila-politicamente corretta: è integrazione nei nostri valori, cioè libertà individuale, pari dignità di ogni persona, libertà delle donne ad autodeterminarsi in primis, e rispetto della legge. Se non ci sono questi prerequisiti non può esserci libertà di culto in una società liberale, che l’unica in cui gradiremmo ancora vivere.