Le due cose che il retroscenista collettivo non dice sulla Lega

· 21 Agosto 2026


Cari ascoltatori, c’è un genere giornalistico che conosciamo da tempo: è il retroscenismo paraleghista, allestito nel 99% dei casi su testate politicamente e culturalmente non amiche della Lega. Ci sono colleghi scarsi che scrivono di Lega con la stessa perizia con cui noi potremmo scrivere di microfisica delle particelle; e colleghi bravi che hanno le loro fonti, sempre in opposizione alla gestione corrente, insomma fonti interessate usate legittimamente dai giornaloni.

Questo genere imperversa da mesi, complice il fatto che la Lega non è nella miglior stagione della sua lunga storia: è il partito presente da più tempo in Parlamento, rappresenta un patrimonio della politica italiana, ma viene sempre trattato con la tecnica del retroscenismo e dello spargimento di sostanze non nobili via ventilatore.

Ora, a tutti i restroscenisti noi vorremmo portare due elementi che invece sono sulla scena, a disposizione, con dati oggettivi e salienti che da costoro vengono sempre ignorati o edulcorati. Il primo è che nell’aprile 2025 c’è stato il congresso della Lega, e, come Radio Libertà ha testimoniato in diretta, è stato un lavoro di politica vera, non di salotto. Matteo Salvini è stato confermato segretario per acclamazione, per spontanea adesione della platea in tutte le sue anime, che si erano ampiamente manifestate al congresso. E l’intervento di gran lunga più entusiasta sulla necessità di rinnovare la fiducia al segretario era stato di Luca Zaia, allora governatore del Veneto.

Tutto questo un anno fa, non cento o dieci. Nessuno ha reputato di mettere ai voti una mozione alternativa, o di proporre una leadership diversa. Nemmeno lo fecero quei dirigenti che invece oggi invocano un altro congresso: a noi non piacciono i partiti di plastica, né i partiti vetrina, né i partiti liquidi, a noi piace la politica anche novecentesca nel senso migliore. Però un congresso è appena stato fatto, perché non sono usciti allo scoperto allora? Qui di retroscena non ce n’è bisogno…

Il secondo elemento in scena è che mai come oggi la Lega è vicina a conseguire un risultato politico che ha a che fare con la sua stessa ragion d’essere, la messa in discussione radicale del sistema centralista romano su cui è stato costruito il Paese a discapito dei territori produttivi: tendenzialmente quelli a nord vengono rapinati con una leva fiscale fuori controllo, e quelli più in ritardo quanto a politica economica, tendenzialmente al sud, sono tenuti fermi con un assistenzialismo deleterio, con le mancette di Stato. Tutto questo nell’esclusivo interesse del ceto politico e burocratico romano.

La Lega è nata per mettere in discussione questa cosa e l’autonomia differenziata è il processo che l’ha più messa in discussione: pur con tutti i ritardi e le curve della vita democratica, sta di fatto che il 17 luglio è stato dato il via libera alle nuove pre-intese tra governo e regioni del nord che intendono accelerare sul processo: Lombardia, Veneto, Liguria, Piemonte. In Lombardia (proprio dove si registrano i presunti mal di pancia) il prossimo 26 agosto ci sarà il primo importante appuntamento in Commissione, e il 10 settembre nell’aula del Consiglio regionale, dove si darà il via concreto al processo di autonomia.

Ci sono stati dei compromessi? Certo, la Lega è al governo anche con forze che attingono a una certa cultura statalista di destra del Novecento, ma la politica è così: il fatto è che l’autonomia differenziata sta camminando in Lombardia più che altrove, ed è il miglior risultato che sia stato conseguito sul “tema dei temi” del partito.

Quindi va benissimo il retroscena, ma guardiamo anche a ciò che è in scena: un anno fa c’è stato un congresso che ha confermato per acclamazione l’attuale leadership, e una riforma dirimente sta camminando nei territori chiave sull’istanza dell’autogoverno. Sono due dati oggettivi. E il retroscena non può mangiarsi la scena.


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