Quando la strana coppia Ranucci-Lavitola provò a dare la colpa ai servizi…

· 15 Agosto 2026


In questa puntata di “Capitaneria di Porto”, Antonino D’Anna dialoga con Fabio Amendolara, cronista de La Verità, del grande pasticcio della “strana coppia”, Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci, soprattutto dopo le rivelazioni a seguito dell’arresto e dell’interrogatorio di garanzia del faccendiere, che ha confessato di essere il mandante dell’attentato.

“La giustificazione utilizzata da Lavitola, secondo la quale lui avrebbe voluto far intensificare la scorta per Ranucci, è a dir poco ridicola. Anche perché già prima del 16 ottobre 2025 (giorno della bomba a Pomezia) era già in valutazione il suo rafforzamento. Probabilmente il faccendiere ha scelto la strada più semplice per distogliere l’attenzione da quello che forse si trova nelle carte giudiziarie e di cui ancora non si può avere conoscenza. Prima aveva detto che il falso attentato aveva lo scopo di ‘martirizzarlo’ in vista in una sua discesa in politica. Ma un altro aspetto abbastanza oscuro, alimentato sempre da loro due è il ‘filone dei servizi segreti'”.

“Questa storia comincia poco dopo l’attentato. Sul coinvolgimento dei servizi Ranucci era stato a dir poco sibillino con la Commissione antimafia, nel novembre del scorso anno, quando il senatore del Pd Walter Verini gli aveva chiesto quale fosse la sua idea sui mandanti dell’attentato. Poi era stato Lavitola ad alimentare questa versione nei messaggi inviati a Ranucci, scrivendogli che di mezzo c’erano i servizi esteri e addirittura gli israeliani. A un certo punto compare un certo Marco Bernardini, vecchio informatore del Sisde, che si presenta davanti agli investigatori. Nel verbale compaiono contatti avvenuti ‘per le vie brevi’ tra il procuratore di Roma e Ranucci, che aveva indicato Bernardini – che era stato una fonte di Report – come possibile testimone utile sull’attentato”.

“Ma non è finita qua. C’è ancora un altro di questi personaggi, un ingegnere ed ex appartenente a una delle divisioni dell’Aisi – il servizio segreto che si occupa della minaccia interna – che si era occupato degli appalti per la messa in sicurezza delle caserme. Anche lui è una fonte di Report e anche lui collega la bomba di Ranucci ai servizi. Gli inquirenti a questo punto sono quasi in un imbuto, devono occuparsene, e se ne occupano in profondità”.

“Viene poi sentito Giancostabile Salato, generale della Guardia di finanza in pensione ed ex dirigente dell’Aisi, che chiarisce di aver saputo della vicenda solo dopo aver ricevuto la convocazione e avere cercato su Internet che cosa fosse accaduto il 16 ottobre. ‘Non so nulla, né conosco il giornalista’. Così crolla miseramente questa pista alimentata sia da Ranucci sia da Lavitola. Infine c’è un ultimo passaggio: il tentato coinvolgimento di uno degli uomini più vicini a Ranucci, Daniele Autieri. Quest’ultimo, uno degli autori di Report, ricorda di essere stato avvicinato da Lavitola proprio a marzo. La pista che gli era stata prospettata era proprio quella dei servizi segreti italiani e israeliani. Autieri l’avrebbe valutata come un possibile depistaggio. E oggi sappiamo perché”.


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