La banale verità: Sigfrido Ranucci è scarso. Perché dargli ancora la tv?
Giovanni Sallusti · 12 Agosto 2026
Cari ascoltatori, oggi vorremo fare una riflessione sull’affaire Ranucci che tiene banco in questo scorcio agostano, con la semplicità di noi anime semplici, appendendoci al buon senso, alla logica, alla realtà e stando alla larga dal metodo Report: non condanniamo, non montiamo sui dettagli né su intercettazioni o altri documenti giudiziari. La realtà è che Ranucci, con la sua totale buona fede, con quel suo rapporto con Lavitola cui continua a concedere la sua amicizia interessandosi perfino al suo destino giudiziario per un attentato contro di lui, ha dimostrato di essere fondamentalmente scarso.
Seguendo il buon senso, riepiloghiamo i punti più stranianti: Ranucci, alfiere del giornalismo d’inchiesta, l’uomo che va a stanare il potere e il sottopotere con dispositivi giornalistici raffinatissimi, non solo tende a fidarsi di uno come Valter Lavitola, ma sembra perfino dargli corda, o perlomeno lasciarlo fare sul progetto grottesco di fare di lui il candidato premier del campo largo incluso ordinare sondaggi e cercare la collaborazione con persone di livello come lo storico direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli e con l’allora vicedirettore di Repubblica Stefano Cappellini.
Sembra un film dei Vanzina, più che qualcosa che abbia a che fare con il giornalismo d’inchiesta: Ranucci si fidava di uno che ha un curriculum da ex giornalista, radiato dell’Ordine, già latitante, poi arrestato per estorsione, processato per corruzione internazionale, tangenti, appropriazione indebita, associazione a delinquere, compravendita di senatori, danno erariale, truffa. Ora, anche ipergarantisti come siamo, se fosse arrivato uno con un curriculum del genere a dirci ‘ti faccio arrivare a Palazzo Chigi’, ‘commissiono un sondaggio’, ‘coinvolgo dei giornalisti’, un minimo di accortezza l’avremmo avuta.
E invece Ranucci si è fidato. Non solo, anche a caso deflagrato, con Lavitola indagato per l’attentato, dalle intercettazioni pubblicate pare che parlasse con Lavitola amabilmente, sembrava perfino affannarsi per cercargli o confermare un alibi. Ora, va bene la buona fede, va bene il garantismo, ma se un uomo dal curriculum di cui sopra è indagato perché ti ha messo una bomba sotto casa, anche Cesare Beccaria sarebbe diventato prudente.
Ma Ranucci, invece di abbassare la temperatura di questa amicizia e di questa comunione di intelletti, continua ad avere con Lavitola il rapporto di prima, addirittura a industriarsi in suo favore, ricordando dettagli che lo potrebbero aiutare, il giorno in cui era a casa sua e via dicendo. È una vicenda grottesca, al netto della buona fede di Ranucci, per il quale fra l’altro non sono emersi elementi giudiziari.
A scricchiolare sono solo il buon senso e la logica, se il presunto campione del giornalismo d’inchiesta ha concesso a uno così di cercare di spianargli un futuro politico, e nulla ha modificato nel loro rapporto dopo che costui è stato arrestato per un attentato ai suoi danni: ferma restando, ripetiamo, la buona fede, decisiva per noi garantisti, ci tocca inferire che Sigfrido Ranucci non è un genio, anzi ci sembra scarsino.
Per cui, finché questo ginepraio non sarà stato dipanato, non ci pare un decreto divino che gli si continui ad affidare un programma di approfondimento di punta, in prima serata, sulle reti Rai, pagato con i soldi dei contribuenti, di noi tutti: non è così scontato che Ranucci sia all’altezza di questa responsabilità, che non ci sia qualcuno che possa farlo con identica perizia, o meglio…