Gli immigrati ci costano tre volte quello che versano

· 2 Luglio 2026


Nella nostra rubrica “Sic et non”, Marco Tognini presenta e analizza i temi politici della settimana, nazionali e internazionali: tra questi, Tognini porta alla luce una notizia che squarcia il velo dell’ipocrisia e sottolinea un fatto che pochi hanno voluto dire ad alta voce: ovvero che gli immigrati ricevono molto di più di quello che versano. Altro che ‘pagarci le pensioni’: il quotidiano La Verità ha pubblicato dati numerici che indicano un quadro ben preciso sulla voce ‘migranti’.

Dai 5 milioni di lavoratori nati all’estero, lo Stato incassa solo 12,6 miliardi, che valgono meno del 7% dell’Irpef totale: una cifra che non copre nemmeno la spesa sanitaria a loro beneficio. Tale percentuale di primo acchito sembrerebbe cospicu,a ma se si va in profondità si scopre che così non è. Partiamo da un elemento certo: i contribuenti stranieri hanno un reddito medio inferiore a quello di chi è nato in Italia – 17.760 euro contro i 26.920 dei contribuenti autoctoni – e, in più, il 38% degli immigrati ha un reddito annuo lordo inferiore ai 10mila euro, mentre il 40% guadagna fra i 10 e i 25 mila euro.

Naturalmente di mezzo c’è anche chi riesce a nascondere al fisco i propri redditi o lavora in nero, oppure non dichiara per esempio la casa che ha nel suo Paese di origine che farebbe balzare verso l’alto l’Isee, e quindi ci sono anche persone che partecipano sostanzialmente a bandi o ad agevolazioni per le categorie più povere senza averne diritto. Questo quadro fa già capire che il loro contributo in termini di tasse (ovvero alle spese di welfare) è molto basso, per non dire nullo. Del resto, se si confronta il numero di contribuenti nati all’estero con la percentuale di Irpef versata, si capisce facilmente che l’incidenza delle tasse pagate dagli stranieri sul totale è inferiore alla percentuale degli stessi lavoratori immigrati, a fronte di quasi 5 milioni e mezzo, cioè circa il 12% dei contribuenti.

Facendo quindi i conti della serva – prendendo in considerazione la sanità, l’istruzione, le prestazioni assistenziali, il sostegno al reddito, gli alloggi pubblici, l’accoglienza, la giustizia, la sicurezza e le stesse pensioni – è evidente la cifra 12,6 miliardi non basta, ma copre a malapena un quarto della cosiddetta spesa pubblica di cui gli stranieri effettivamente usufruiscono. Se infatti calcoliamo che la spesa sanitaria incide per 140 miliardi e attribuiamo alla popolazione straniera un costo pari al 9,2% (percentuale di immigrati sul totale della popolazione) abbiamo già superato l’Irpef versata dai lavoratori stranieri, senza contare i clandestini. È vero che molti extracomunitari sono giovani e dunque meno bisognosi di cure, ma è altrettanto vero che spesso ricorrono con maggiore frequenza ai servizi sanitari di emergenza.

Se poi si aggiunge l’istruzione, che vale tra i 9 e 10 miliardi, si capisce che attualmente il costo è superiore al beneficio. Sommando tutte le voci di bilancio dette, la spesa pubblica sostenuta per gli stranieri potrebbe oscillare tra i 30 e i 45 miliardi: una cifra di gran lunga superiore, anche nell’ipotesi più benevola, dei 12 miliardi di Irpef. Senza contare che oltre il 30% delle famiglie di immigrati va a ingrossare le cifre della povertà che tanto allarmano la Caritas, la Cgil e tutti i partiti di sinistra. Insomma: l’idea che gli stranieri ci paghino le pensioni è lontanissima dal realizzarsi. Siamo noi a pagare, e non poco.


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