Trump straparla? Rubio e Vance garanzia per l’occidente
Giovanni Sallusti · 19 Giugno 2026
Cari ascoltatori, non possiamo esimerci dal parlare dell’elefante nella stanza, la notizia che monopolizza i siti e i giornali, cioè l’uscita scomposta, che lascia sbigottiti, di Donald Trump nei confronti della nostra premier Giorgia Meloni. Il virgolettato è stato rilasciato a un collega di La7 durante una telefonata a “L’aria che tira”. Il fatto che un presidente americano risponda sempre al telefono ai giornalisti, senza intermediari, è un uso a nostra memoria inedito: può essere il bello di Donald Trump, in questo caso è il brutto.
In premessa, annotiamo che della conversazione è stata diffusa la traduzione, non l’originale in inglese, per cui ci sarebbe una disputa lessicale, se Trump abbia detto “mi ha fatto pena” o “mi sarebbe dispiaciuto”. Comunque la sostanza rimane irrituale e indifendibile, perché il presidente Usa ha chiosato: “Come sta il vostro Primo ministro? Probabilmente è contenta che io le abbia parlato”, riferendosi al G7. “Non ero obbligato a farlo, mi ha implorato di fare una foto con lei, voleva così tanto una foto con me: avrei anche potuto non farla, ma mi ha fatto pena”.
A parte la disputa sulla traduzione, rimane l’evidenza dell’involuzione linguistica, e anche di lucidità, che Trump ha manifestato. Da un po’ ci sembra che alcune caratteristiche – come la sua allergia al diplomatichese, il suo eccedere dalle liturgie bizantine, il suo comunicare dritto e spiazzante – da valore comunicativo aggiunto stiano diventando un disvalore, come in questo caso. L’espressione sta ormai prescindendo dal contenuto, da una ratio strategica che a lungo c’è stata nell’azione dell’amministrazione Trump, ma ora sembra piegarsi a un virtuosismo perfino contraddittorio, se non masochistico, insensato, di certo indifendibile come questo rivolto a Meloni.
Nel florilegio di reazioni che s’è scatenato, la più sintetica e azzeccata ci sembra quella di Matteo Salvini: “Chi attacca Giorgia Meloni attacca tutti noi”, senza tante liturgie politichesi. Si tratta dell’abc istituzionale, l’uscita marziana del presidente americano andava stigmatizzata.
Ma per rintracciare un barlume di senso politico e di prospettiva, dobbiamo osservare alcune cose. La prima è che fra due anni e mezzo Donald Trump non sarà più alla Casa Bianca per sopraggiunto limite di mandati. Il secondo fatto è che il trumpismo come agenda politico-culturale sopravviverà a Trump, perché le sue radici nella società americana e occidentale sono profonde. Per mantenere la bussola politica oltre la palese involuzione personale di Trump, bisogna guardare ai suoi lati, alle due figure apicali della sua amministrazione, il vicepresidente J.D.Vance e il segretario di Stato Marco Rubio. Se il trumpismo sopravviverà con i loro volti, ne sopravviverà il buono nella sua complessità, perché Vance e Rubio ne incarnano le due facce, depurate dallo sbandamento dell’inquilino della Casa Bianca.
Marco Rubio rappresenta la tradizione della destra americana, viene dalla scuola neo-con, è figlio di immigrati cubani scappati dal regime comunista, quindi ha come baricentro personale la differenza tra il mondo libero e le tirannie e le autocrazie. È da sempre un nemico irriducibile di Hamas che paragona ai nazisti, ha chiara in tutti i suoi aspetti la minaccia iraniana, e anche quella di totalitarismi come quello cubano; ha ben presente la sfida epocale di fronte a cui sta il mondo libero, quella con la Cina.
Rubio è l’architetto del documento di strategia dell’amministrazione Trump, che teorizza una nuova assertività dell’America: a differenza dei vecchi neo-conservatori dogmatici interventisti, favorevoli a guerre di massa in tutto il mondo, promuove l’intervento selettivo, il presidio dell’emisfero occidentale dall’invasione cinese e la difesa dei suoi valori e della sua tradizione, anche rispetto a un’immigrazione di massa incontrollata che rischia di snaturare la cultura e l’identità del Paese.
J.D. Vance che è l’altra grande causa remota del trumpismo, la si trova nel suo capolavoro letterario, “Elegia americana”: la ribellione all’ideologia del globalismo come truffa della globalizzazione, allo sdoganamento della concorrenza sleale da parte di società non occidentali sull’Occidente, Cina comunista in primis, alla desertificazione industriale (per esempio quella, anche antropologica, della Rust Belt), all’impoverimento esistenziale del ceto medio che si proletarizza, cioè il ‘white trash’ additato dagli intellò delle due coste come la volgarità residuale di un Occidente cui bisogna abdicare.
Vance dice no a tutto questo: ripartiamo dalla vita e dall’economia reale, dalle ragioni del lavoratore americano e quindi occidentale e anche europeo, che è stato preso in giro da questo globalismo acritico e masochista.
Dunque, in Vance e Rubio, che incarnano il trumpismo che sopravviverà a Trump, c’è una bussola per il centrodestra, anche europeo e italiano, su una battaglia culturale che va oltre gli sbandamenti personali del presidente Usa. Chi dei due verrà scelto dall’elettorato americano si vedrà, ma se, archiviato Trump. rimarrà quell’agenda rappresentata da Rubio e Vance, ci sentiremo molto più tranquilli.