Il caso Erri de Luca? Woke religione e sinistra il suo prete
Alessandro Gnocchi · 7 Giugno 2026
In questa puntata di “Alta tiratura” Alessandro Gnocchi affronta il caso Erri de Luca, dopo il putiferio che si è scatenato al Festival letterario di Salerno a causa delle parole pronunciate qualche giorno prima dallo scrittore, il quale ha dichiarato di essere sionista, rivendicando il valore storico di questa parola: lo scrittore ha detto di essere a favore dell’esistenza di uno Stato di Israele che si difende anche militarmente. E ha aggiunto che a Gaza non è in corso alcun genocidio.
Le sue dichiarazioni non sono state prese benissimo a sinistra, per usare un eufemismo, nonostante si stia parlando di un intellettuale tutt’altro che di destra: De Luca, infatti, ha fatto parte del servizio d’ordine di Lotta Continua – i ‘duri e puri’ della contestazione – e più recentemente si è distinto (andando anche a processo) per aver supportato il movimento No-tav in Val di Susa, che è un po’ l’incubatrice di tutto il mondo dell’anarchia rivoluzionaria di sinistra. Eppure De Luca è finito nel tritacarne, segno che il politicamente corretto scomunica anche chi dovrebbe far parte dei ‘buoni’.
Lo scrittore ha anche chiesto scusa, affermando che, pur non rimangiandosi i termini in cui si è espresso, rimane vicino alla causa palestinese. Non è servito a niente, tant’è che al Festival hanno pensato di togliergli la prolusione – la lectio magistralis – che gli avevano affidato per l’apertura dell’evento. Gli hanno proposto interventi in altri incontri, ma De Luca ha categoricamente rifiutato.
Ci sono alcuni elementi da osservare: il primo è la mancata solidarietà dei suoi colleghi. Immaginatevi, a parti invertite, se uno scrittore pro-pal venisse escluso da un festival per avere utilizzato la parola ‘genocidio’: avremmo visto appelli, cortei, sfilate in difesa della libertà d’espressione, che evidentemente è applicata a targhe alterne. Solo Roberto Cotroneo e Paolo Flores d’Arcais hanno rinunciato al festival per solidarietà con De Luca: troppo pochi.
Il direttore artistico, Paolo Di Paolo, ha messo la classica toppa peggiore del buco, affermando che l’intervento di De Luca “avrebbe potuto generare lo stesso tipo di polemica, sarebbe stata una delle prime uscite pubbliche dopo le sue dichiarazioni che hanno portato a contestazioni”. Non si tratterebbe di una censura, bensì di “un modo per proteggerlo e non una diminutio”. Questo spiega che cos’è il dibattito culturale italiano, che semplicemente non esiste: evidentemente l’obiettivo del festival è dettare una linea politica, eliminando il dialogo e il confronto tra posizioni opposte, e di trattare con paternalismo il pubblico, che invece sa decidere quello che gli piace o meno.
Il problema è che la letteratura non deve dare fastidio, è trattata alla stregua di un oggetto di arredo; deve stare là, come un oggetto inanimato, quindi non utile. E invece la grande letteratura fa proprio questo: ci tocca, ci costringe a riconsiderare le cose, ad ampliare le nostre vedute. Come si fa a riflettere in un Paese come il nostro dove una sola parola è ammessa e non esiste il pluralismo delle parole e delle idee? È concessa una sola versione dei fatti, quella del politicamente corretto, ed è così in tutti i festival e saloni italiani: se non si sposa preventivamente un certo set di idee, si è automaticamente esclusi. E anche uno come Erri De Luca, che di certo non ha bisogno della notorietà che gli avrebbe dato Salerno, ha dovuto pagare il conto al politicamente corretto.