Festa della Repubblica dello sciopero. Del venerdì. Prima del ponte
Giovanni Sallusti · 29 Maggio 2026
Cari ascoltatori, perché oggi le nostre città sono state bloccate, in balia dell’ennesimo sciopero nazionale? Per rispondere a questa domanda siamo andati a vedere che cosa sostengono gli organizzatori: tutti noi siamo certi che le nostre vite, le nostre attività lavorative e i nostri spostamenti sono stati sequestrati per ragioni profonde e decisive per i lavoratori.
Tal Walter Montagnoli, segretario nazionale della Confederazione unitaria di base che ha indetto questo sciopero – ammesso e non concesso che i sindacati di base siano distinguibili dalla Cgil – ha diffuso un video in cui ha riepilogato le motivazioni dell’iniziativa , iniziando, quantomeno per retorica, dalle questioni che riguardano l’economia e il lavoro: “Per la situazione economica dei lavoratori, i salari, l’attacco che portano i padroni”, termine da primissimo Novecento (tipo il film di Bernardo Bertolucci). Poi, la “difesa dell’occupazione”, messa un po’ a caso, la “difesa delle pensioni” e la “sicurezza sul lavoro”. Infine il vero obiettivo contro cui il sindacato combatte: “L’economia di guerra del governo”. Chissà qual è, questa economia di guerra…
Non resta che prenderne atto, così come che subito dopo Montagnoli se la prenda ovviamente con Stati Uniti e Israele, “che sono i veri Stati canaglia con i quali ci dobbiamo confrontare”. Ma che sorpresa: davvero pensavate che tra gli Stati canaglia ci fosse magari l’Iran, in cui s’impiccano gli omosessuali o si torturano le donne se non portano il velo? Macché, sono il ‘grande satana’ e il ‘piccolo satana’, come gli ayatollah chiamano America e Israele, che sottraggono un fiume di denaro. Nella piattaforma di rivendicazione dell’agitazione si ricostruisce inoltre il legame tra “salari impoveriti, precarietà, appalti, morti sul lavoro, welfare smantellato ed economia di guerra”. Un’insalata mista del sindacalmente corretto, dove non importa se i nessi logici evaporano.
Poi arriva il punto di caduta imperdibile: la “complicità con il genocidio a Gaza”. Ecco perché oggi abbiamo avuto difficoltà a spostarci, andare a lavorare, tornare a casa. La Palestina, sostiene ancora il sindacato Cub, è il “punto in cui guerra, colonialismo, razzismo, diritto internazionale, industria militare, logistica, energia, welfare e libertà democratiche si intrecciano nella forma più brutale”. Gaza e la Palestina sono il centro di tutto, l’ossessione del fronte progressista, la chiave di volta di qualunque agitazione per saltare la giornata di lavoro.
Quindi prendiamo atto che fondamentalmente oggi le città italiane sono state bloccate e rese invivibili in nome di Gaza e della Flotilla, anch’essa immancabilmente evocata. Ma se il calendario dice che il 2 giugno sarà la festa della Repubblica – un momento ultra-rilevante per la storia del Paese e per la nostra identità, una delle prime date da cui partì il riscatto democratico – nel contempo, guardando la sostanza di oggi, dobbiamo sottolineare che la nostra non è più una Repubblica fondata sul lavoro, bensì – da parecchio – una Repubblica fondata sullo sciopero. Anzi, fondata sullo sciopero di venerdì. Anzi, una Repubblica fondata sullo sciopero di venerdì prima del ponte. Perché, al netto della retorica, questo è.