Dove c’è Pd c’è sconfitta
Alessandra Mori · 26 Maggio 2026
In questa puntata di “Pop Economia-Rumore”, Alessandra Mori discute con Antonio Noto, fondatore e presidente dall’istituto demoscopico “Noto Sondaggi”, dei motivi per cui il centrodestra è riuscito a trionfare (un po’ a sorpresa e al primo turno) alle elezioni amministrative che si sono tenute a Venezia, l’unico capoluogo di regione al voto.
Simone Venturini ha sconfitto nettamente il favorito Andrea Martella, senatore del Partito democratico, nonostante i clamori mediatici esplosi nell’ultimo periodo in città a margine della campagna elettorale: le polemiche riguardanti le indagini sul sindaco uscente Luigi Brugnaro, il licenziamento di Beatrice Venezi dal Teatro La Fenice, le liti interne al centrodestra sulla Biennale, l’eventuale “ruolo” di Giuseppe Cipriani (figlio di Arrigo, fondatore dell’Harry’s Bar) sulla grazia a Nicole Minetti e la candidatura di un plotone di bengalesi portatori della richiesta da parte della comunità islamica di una moschea a Mestre. Come mai, a distanza di due mesi, l’effetto referendum è già svanito?
“Venturini non era un illustre sconosciuto a Venezia: è stato assessore per 11 anni nella giunta di centrodestra e la sua lista civica personale era molto forte perché erano presenti altri quattro esponenti del governo locale uscente e 12 consiglieri comunali in carica. I cittadini apprezzano un determinato candidato non solo per quello che racconta, ma anche e soprattutto per quello che ha fatto. È un messaggio completamente diverso rispetto al referendum sulla giustizia, che è stato un momento depoliticizzato”.
“A Venezia non è stato un voto di pancia ma razionale, che premiato le capacità di un amministratore dì lungo corso. Poi c’è da sottolineare un altro punto: il campo largo ha puntato molto su Venezia, infatti tutti i leader sono andati là a sostenere il candidato Martella: ma siamo sicuri che questo modo di fare campagna elettorale attrae ancora consenso? Forse il cittadino vuole vedere un leader locale libero dai condizionamenti esterni dei partiti nazionali”.
“Non meno irrilevante è anche il modo con il quale ha vinto Vincenzo De Luca, che è un caso a sé. L’ex presidente della Regione Campania ha vinto per la quinta volta nella sua Salerno, ma per la terza volta si è candidato chiedendo al Pd di non presentare la propria lista: un episodio emblematico di come una parte della politica nazionale incontri molte difficoltà a interagire poi con chi a livello locale aggrega veramente tanti voti. Anche perché esiti simili si sono visti anche a Enna, dove il candidato di centrosinistra Mirello Crisafulli è tornato a stra-vincere nonostante non si sia fatto mai vedere da quelle parti alcun esponente dem, e ad Andria, con il netto successo di Giovanna Bruno, anche lei sempre molto distante dai big progressisti”.
“Insomma: il Pd a Salerno ha deciso di non correre con il proprio simbolo e, allo stesso tempo, è stato designato un candidato sindaco espressione di Alleanza Verdi-Sinistra e del Movimento 5 Stelle, ed è stato surclassato da De Luca. Non so se tutto questo rappresenti più il segno della vittoria di De Luca oppure il simbolo di sconfitta della politica a livello nazionale. Una cosa è certa: la reputazione dei movimenti di centrosinistra rispetto allo scenario elettorale di Salerno ne è uscita molto male. Quello a cui si sta assistendo è che esiste un cittadino italiano meno ideologizzato, meno legato al partito, e più alla ricerca di una motivazione concreta per votare un suo rappresentante politico: l’elettore deve credere in un leader forte ma anche a un partito altrettanto forte. E questo valore aggiunto il Pd sembra proprio non mostrarlo, facendo perdere – con la sua sola presenza – i suoi candidati. Venezia, da questo punto di vista, è un esempio lampante”.