Iran mai nucleare, Hormuz aperto, petrolio Usa alla Cina: e Trump avrebbe “perso'”?!
Giovanni Sallusti · 14 Maggio 2026
Cari ascoltatori, ci piacerebbe perdere sempre così. Intendiamo che le cronache doppiopesiste e faziose di lorsignori si sono confermate pazzotiche dopo l’incontro di oggi fra Donald Trump e Xi Jinping in Cina, ricco di momenti anche simbolicamente significativi. Il lavoro di cucitura diplomatica e tra gli staff è ancora in corso, ma già stamattina i siti dei giornaloni, e gli analisti ieri sera, avevano deciso che Xi Jinping aveva vinto su tutta la linea, confondendo un loro desiderio con la realtà.
Il sito di Repubblica da stamane titola ”Pechino sta vincendo”, segno che era preconfezionato e la cronaca andava semplicemente adeguata ai desiderata della redazione, e questo è solo un esempio del clima generale. Se invece vogliamo provare a raccogliere gli elementi, ancora frammentari e in evoluzione, di questo incontro che non è solo diplomazia, ma è soprattutto ricerca di un compromesso sul nuovo ordine mondiale, possiamo dire che se Trump ha perso vorremmo che succedesse sempre.
Xi Jinping ha evocato la trappola di Tucidide, quindi è conscio di esserci in mezzo anche lui, Trump si è sperticato in complimenti per il leader e la potenza cinese, con un’impostazione da businessman più che da diplomatico; poi Xi al brindisi pubblico ha ricambiato, ha riconosciuto che Trump sta rifacendo grande l’America, atto simbolicamente non irrilevante. E Trump gli ha fatto notare di essere al tavolo con i capi delle più grandi aziende americane, da Nvidia di Jensen Huang a Tesla di Musk, alla Apple di Tim Cook, solo numeri uno: in pratica ha messo sul tavolo il Pil americano, e soprattutto il dominio Usa nelle infrastrutture tecnologiche di cui la Cina non può fare a meno, potente contraltare al fatto che gli Stati Uniti difficilmente potrebbero rinunciare alle terre rare cinesi.
Ma oltre queste danze ci sono gli elementi di contenuto. Xi Jinping ha avvertito che Stati Uniti e Cina potrebbero entrare in conflitto se la questione di Taiwan venisse gestita in modo errato: per Pechino è il minimo sindacale, essendo quella una questione esistenziale per la potenza cinese, ma Xi non ha indicato linee rosse, né scadenze, né modalità per arrivare a una soluzione risolvere la questione, è stata una dichiarazione diplomaticamente dura perché per la Cina Taiwan è vitale. Ma attenzione: in tema Medio Oriente è scritto nel comunicato della Casa Bianca – quindi immaginiamo non sarà smentito – che Cina e Stati Uniti hanno convenuto che l’Iran non potrà mai dotarsi di armi nucleari.
Cioè, la base della politica trumpiana sulla Repubblica islamica dell’Iran, che ripete dal 2016, cioè l’interesse americano – e globale – è che questo totalitarismo nazi-islamico non venga in possesso dell’atomica, è condivisa da Xi Jinping: questa è una linea rossa mastodontica e chiara, che si oppone al principale alleato della Cina in quell’area. Non solo: i due leader hanno concordato che lo stretto di Hormuz deve rimanere aperto e non militarizzato, la seconda priorità dei pasdaran, non deve essere pagato il pizzo mafioso sui traffici mercantili ed energetici che passano da Hormuz. La Cina, insomma avrebbe concordato con Trump due fondamentali no ai pasdaran.
Rispetto alle premesse e al racconto trionfalistico dall’ottica filocinese, le cose stanno quindi diversamente. In più è stato ventilato che Xi Jinping avrebbe manifestato la disponibilità a compensare il calo di entrate petrolifere della Cina acquistando petrolio statunitense: e questo sarebbe un asso di briscola energetico, geopolitico e diplomatico a favore dell’America.
Taiwan rimane uno snodo di cui non si vede una risoluzione chiara, e sullo sfondo la trappola di Tucidide con il suo rischio di collisione bellica è ancora lì. Ma se Trump ha “perso” dopo aver ottenuto da Xi che l’Iran non deve avere l’atomica, né imporre pedaggio su Hormuz che deve rimanere aperto, e ha incassato la disponibilità della Cina a comprare petrolio statunitense, davvero vorremmo sempre perdere così…