Sì, incontrare la famiglia nel bosco è fare politica

· 27 Aprile 2026


Cari ascoltatori, c’è grande scandalo nel dibattito in rete sul fatto che Matteo Salvini (vicepresidente del Consiglio, ministro di punta di questo governo, leader di un partito politico), si sia recato a Palmoli, in provincia di Chieti, per incontrare Catherine Birmingham e Nathan Trevillon, i genitori di quella che, con una orrenda semplificazione, è definita “la famiglia nel bosco”, cui da mesi vengono negati i figli da parte dell’autorità pubblica. Due persone travolte da un dramma, non una cartolina bucolica.

Non capiamo lo scandalo delle anime belle. Bisognerebbe mettersi d’accordo su che cos’è la politica e forse anche recuperare la radice delle parole. La politica è cura della polis, è ricerca del modo migliore – o meno peggiore, si dice in democrazia – di amministrarla, di dare forma alla convivenza civile. Aristotele la descriveva come scienza architettonica che usa gli altri saperi per costruire un’ipotesi di convivenza civile. Allora, se la politica è questo, Matteo Salvini ha fatto benissimo a volere questo incontro, perché è una vicenda che scomoda delle domande chiave sul modello politico, ma anche culturale, valoriale in cui decidiamo di organizzare la nostra vita pubblica.

Per esempio, va definito se la precedenza debba essere data alla costruzione necessaria ma artificiosa dello Stato, oppure al luogo naturale, concreto della vita che è la famiglia: ci sono zone inviolabili, che impongono dei limiti, dove non è giustificata l’irruzione dello Stato. Capite allora che il dramma di questa famiglia è lo specchio delle domande fondamentali sulla comunità. Non si capisce il motivo di scandalo anche perché Salvini ha incontrato Catherine e Nathan in una modalità di ascolto, come ha detto lui stesso: “Ascolto e mi metto a disposizione, cinque mesi di lontananza, di separazione di bambini dalla mamma e dal papà sono troppi. Non occorre essere psichiatri o psicologi per capire che questi bimbi sicuramente stavano meglio insieme con i loro genitori”.

Abbiamo visto fior di psicologi e psichiatri indipendenti, non consulenti di questa famiglia dichiarare che questi bambini stanno già vivendo un trauma che condizionerà le loro vite, e prima che le determini negativamente bisogna fermarsi a riflettere. Questa è anche la posizione di Salvini, come di chiunque non proceda in modo acritico su una via che non sta dando frutti. Ha aggiunto il ministro: “Non capisco veramente come, dopo mesi di fallimenti di questo sistema, non si capisca che si sta facendo il male per i bambini. Un punto importante, parlando di politica, è che portare via i bimbi alla famiglia è l’ultima delle opzioni”, come ha detto più volte anche la garante per l’infanzia Marina Terragni, che ha una storia politicamente “insospettabile”, da attivista femminista.

Dunque la domanda è: questi bambini vivranno all’interno di uno stile di vita eccentrico, discutibile che non praticheremmo per mezzo secondo? Sì, però è anche lo stile di vita cui inneggia proprio la retorica delle ztl, l’intellighenzia che da anni all’aperitivo intona peana al ritorno alla natura. Poi una famiglia lo fa davvero e allora le portano via i figli? Non solo: questi bambini erano all’interno di uno stile di vita anomalo? Sì, ed è giusto che vengano monitorati i diritti dei minori, e che si accerti se vengono violati. Si può ipotizzare un percorso di accompagnamento cui peraltro il padre è aperto? Certo che sì. Ma se si arriva a strapparli dalla famiglia in un Paese in cui si chiudono gli occhi di fronte alle condizioni igieniche, sanitarie, legali di abbandono scolastico in cui purtroppo versano tantissimi bambini nei campi rom, ecco che salta all’occhio la sproporzione.

La sproporzione è un tema politico per eccellenza, più dei decimali nel rapporto deficit-pil che appassionano tanto gli eurocrati e gli eurolirici. Quindi speriamo la politica rifletta su questo, e ben venga la visita di Salvini, e sia benvenuto qualunque politico si interroghi su che cosa sta facendo la polis a questa famiglia.


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