Lorsignori hanno scovato il colpevole dell’attentato a Trump: è Trump!
Giovanni Sallusti · 27 Aprile 2026
Cari ascoltatori, questa mattina ci sale una domanda: ma non è che alcuni prestigiosi giornaloni vengono stampati a Teheran, visto quanto sembrano condividere la sensibilità diffusa nella Repubblica Islamica e in generale fra gli avversari dell’Occidente e dell’America? Ci abbiamo pensato per la pazzotica rassegna stampa di stamane sul terzo attentato fallito a Donald Trump alla cena di gala per i giornalisti, perché le prime pagine sono cosparse di commenti che mostrano una mentalità e degli umori più vicini agli ayatollah che alle democrazie liberali.
Facciamo una selezione fra i capolavori di capovolgimento della realtà, pratica usuale nella bolla mainstream. Svetta l’antitrumpiano Alan Friedman sulla Stampa, che imbastisce una paginata su Donald nel paese dell’odio – che sarebbe il suo – e il fatto che gli sparino è una nota a margine.
Ecco qualche pillola: “Oggi nell’America di Trump il clima d’odio nasce dal suo incitamento quotidiano, si nutre del rancore che semina e produce una società più feroce, più frammentata, più impaurita. Trump non ha inventato la violenza americana, ma l’ha sdoganata, ha trasformato il vittimismo in ideologia, il risentimento in strategia elettorale, la crudeltà in spettacolo, la vendetta in metodo di governo”. E non una riga sull’attentatore: il fatto avvenuto è come sempre un pretesto per buttarsi sulla sociologia antitrumpiana.
Prosegue: “Il veleno produce altro veleno”, frase il cui senso è che la politica di Trump (approvata alle elezioni dalla maggioranza degli americani) tanto sgradita a Friedman, starebbe sullo stesso piano dei proiettili di piombo che gli sono stati sparati contro, ci sarebbe un’equivalenza, il veleno produce altro veleno. “Nessun presidente americano in due secoli e mezzo ha incitato razzismo e ostilità quanto Donald Trump. Lo fa quasi ogni giorno, soprattutto attraverso i social media. E chi viene colpito da quei messaggi spesso paga un prezzo reale”. In realtà è lo stesso Trump a essere più volte andato vicino a pagare un prezzo reale; però in questa analisi allucinata la mano che preme il grilletto sarebbe la sua.
E infine: “Trump non ha creato tutto questo da solo, le divisioni americane lo precedono da tempo. Ma lui le ha ingigantite, monetizzate, rese glamour, trasformate in un rumore permanente. Soprattutto ha convinto milioni di americani che la cattiveria sia una forma legittima di governo”. Occhio, perché se le cose stanno così, negli Usa esiste il Secondo emendamento che sottende diritto di resistenza anche armata contro un governo tirannico, quindi siamo in bilico sul giustificazionismo culturale dei tre attentati. In sintesi, Friedman sostiene che la genesi dell’odio sotto forma di piombo contro Donald Trump è da addebitare a Donald Trump. Un altro caso di capovolgimento: nel mondo di lorsignori se non capovolgi sei strano.
Passiamo a Repubblica, dove Gabriele Romagnoli inizia ricordando la storia dei presidenti americani oggetto di attentati, che sono stati tantissimi (nei tempi recenti Kennedy, Reagan…). Poi però ci avvisa che “i tentativi di colpire Trump hanno uno sfondo e un detonatore diversi da tutti”, e qui ci viene il sospetto che questo sfondo e questo detonatore siano Trump stesso: “In generale il bersaglio è una cucitura, l’attentatore uno strappo. Lincoln voleva mettere insieme Nord e Sud, Franklin Delano Roosevelt varare il New Deal per porre fine alla grande depressione, JFK guidare la carovana verso e oltre la nuova frontiera. Erano la novità, il futuro non ancora visto o immaginato nel solco del capitalismo, certo come fosse una parolaccia, ma anche di una democrazia compassionevole. Dicevano di voler trasformare il mare impetuoso della storia americana in un lago che tutti potessero solcare senza rischi. Da Mar-a-lago è venuto invece un inedito, un opposto che gira il film della presidenza al negativo. È lui l’agente del caos, l’estremista, il provocatore quotidiano”.
Ci sarebbero molti altri esempi, fra cui lo sdoganamento della tesi complottista dell’autoattentato; e c’è Rula Jebreal che riposta i giornalisti americani che la sostengono. Ma il punto è che siamo di fronte a un caso di scuola dell’odio dei buoni: Trump è anzitutto un fenomeno di reazione a certe follie annidate nella civiltà occidentale, americana in primis, fra le quali quest’odio di sé, il doppiopesismo della nuova sinistra woke per cui l’avversario è sempre un cattivo, un tiranno, qualcosa da sradicare. Un agente del caos che instilla veleno, come scrive Friedman sulla Stampa.
È questo manicheismo woke buoni-cattivi, dove i buoni vogliono buttare a mare la propria storia, la propria cultura, la propria tradizione, aprirsi in modo indiscriminato all’altro e a tutte le culture, comprese quelle liberticide. Finché lorsignori saranno imprigionati in questo folle dispositivo ideologico, che ribalta tutto al punto che l’agente del caos è quello a cui sparano, avremo sempre dannatamente bisogno di Donald Trump.
