Cari ayatollah del 25 aprile, leggete quel fascista di Violante

· 24 Aprile 2026


Cari ascoltatori, da dissidenti rispetto alla vulgata politicamente corretta e al luogocomunismo mainstream, non possiamo non accorgerci che, quanto più ci si avvicina al 25 aprile tanto, più aumenta un imbarazzantissimo nostalgismo, un flirt revisionista con quella cosa che Umberto Eco chiamava “l’eterno fascismo degli italiani”. E tanto si sta esagerando che uno degli interventi più aberranti suona così: “Mi chiedo se l’Italia di oggi non debba cominciare a riflettere sui vinti di ieri, non perché avessero ragione o perché bisogna sposare, per convenienze non ben decifrabili, una sorta di inaccettabile parificazione tra le due parti. Bisogna sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per i quali migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò e non dalla parte dei diritti e della libertà. Questo sforzo, a distanza di mezzo secolo, aiuterebbe a cogliere la complessità del nostro Paese, a costruire la liberazione come valore di tutti gli italiani, a determinare i confini di un sistema politico nel quale ci si riconosce per il semplice e fondamentale fatto di vivere in questo Paese, di battersi per il suo futuro, di amarlo, di volerlo più prospero e più sereno. Dopo, all’interno di quel sistema comunemente condiviso, ci potranno essere tutte le legittime distinzioni e contrapposizioni”.

Che parole inaudite! Questo discorso ci invita a riflettere sui vinti, a sforzarsi di capire i ragazzi e le ragazze che fecero la scelta storicamente e tragicamente errata di combattere per la Repubblica di Salò; e insinua che non fossero tutti dei mostri extraumani, ma adolescenti che, spesso in buona fede, fecero uno sbaglio clamoroso. Uno sforzo che ha lo scopo di cementare la liberazione come valore di tutti, condiviso. Sono chiaramente tesi di un nostalgico del regime mussoliniano. Saranno di Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato, additato sui giornaloni come il nostalgico per eccellenza? O di un altro leader di centrodestra, magari un patriota? No, non lo sono. Sono parole di Luciano Violante, pronunciate quando si insediò allo scranno di presidente della Camera, il 9 maggio 1996: magistrato per una vita nella sinistra italiana, esponente di spicco del Pci, del Pds, dei Ds, vecchio comunista con tutti i crismi, di cultura robusta e con una capacità di lettura storica di rara profondità.

Altri tempi. Oggi però abbiamo le mezze calzette del wokismo, fra le quali per visibilità spicca in questi giorni Silvia Salis, nuovo prodotto del marketing woke, che qualcuno ci vuole davvero convincere sia una candidata credibile per Palazzo Chigi. Eccola: “Celebrare la resistenza è divisivo solo per chi celebra i morti di Salò”. Ma Silvia, te l’ha detto Luciano Violante trent’anni fa, che la pietas sulle ragioni di chi sbagliò non è revisionismo, non è un’offesa alla Costituzione, ma è proprio la cosa che bisogna fare per uscire da questa trappola ideologica.

Pensate che confusione, che assenza totale di storia: nel caravanserraglio che andrà in scena domani, vedremo bandiere rosse, bandiere palestinesi, i soliti insulti al governo neofascista eccetera: qualsiasi cosa, tranne le bandiere di chi per davvero liberò il nostro Paese, quella a stelle e strisce e la Union jack. Quelle che dovrebbero stare in testa ai cortei sono le uniche che non ci saranno. Anzi, probabilmente vedremo l’annuale assalto alla brigata ebraica, che invece combattè a tutti gli effetti.

Insomma, con i canoni di oggi Luciano Violante sarebbe giudicato un pericoloso nostalgico con tendenze neofasciste. Ecco l’isteria ideologica della nostra contemporaneità, probabilmente al punto di non ritorno.


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