“Non emigrare è un diritto”: toh, adesso il Papa non piace più

· 22 Aprile 2026


Cari ascoltatori, c’è un Papa Leone che non piace, che non trova eco sui giornaloni, che non viene applaudito a media unificati. Il Papa che piace, come sappiamo già, è quello che attacca Donald Trump: meglio, è quello che lorsignori strumentalizzano contro Donald Trump, perché il richiamo al valore sacrale della pace e l’allarme sui guasti che le tirannie provocano nel mondo, non erano messaggi contro Trump, ma un fondamento del messaggio originario della Chiesa. Ma nel gioco delle figurine con i buoni e i cattivi, in quel caso Prevost era l’americano buono e Trump l’amerikano cattivo.

Invece il Papa che non piace, e quindi non monopolizza i titoli dei siti, è quello che ha parlato negli ultimi giorni durante il suo viaggio apostolico in Africa. L’altro giorno era in Camerun, e all’Università cattolica di Yaoundé ha pronunciato parole importanti, anch’esse radicate in una tradizione cattolica che però suscita meno entusiasmi nel mainstream laicista: “Cari figli e figlie del Camerun, cari studenti, di fronte alla comprensibile tendenza migratoria che può indurre a credere che altrove si possa trovare facilmente un futuro migliore, vi invito anzitutto a rispondere con un ardente desiderio di servire il vostro Paese e di volgere a beneficio dei vostri concittadini le conoscenze che state acquisendo qui”.

Ha poi aggiunto: “Servire il proprio Paese significa dedicarsi con mente lucida e coscienza integra al bene comune di tutto il popolo, della maggioranza, delle minoranze e della loro reciproca armonia”. Cosa sta dicendo il Prevost che non piace? Sta rispolverando un nobilissimo concetto proprio della dottrina della Chiesa: il diritto a non emigrare, a rimanere nella propria casa, ad avere delle radici, a calarsi nella propria identità, non essere costretti a fuggire come un atomo scollegato dalla propria comunità. È una grande lezione di due suoi grandissimi predecessori, impartita da ognuno con il suo linguaggio: Benedetto XVI ricordò che “il diritto della persona a emigrare è iscritto tra i diritti umani fondamentali, con facoltà per ciascuno di stabilirsi dove crede più opportuno per una migliore realizzazione delle sue capacità. Nel contesto socio-politico attuale però, prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè essere in condizione di rimanere nella propria terra”. Ratzinger lo ha sintetizzato con la profondità filosofica che era propria dell’uomo. E si è espresso anche Giovanni Paolo II, il grande Karol Wojtyla, che ha svolto un ruolo gigantesco nella storia di fine secolo: “Costruire condizioni concrete di pace per quanto concerne i migranti e i rifugiati significa impegnarsi seriamente a salvaguardare anzitutto il diritto a non emigrare, a vivere cioè in pace e dignità nella propria terra”.

Il concetto, insomma, è che la Chiesa non è una ong inclusivista arcobaleno, immigrazionista in modo acritico, non è uno dei tanti megafoni dell’ideologia dell’accoglienza. La Chiesa pratica l’accoglienza concreta, ma quella personale, quella caritatevole di fronte al volto dell’altro, che non è l’umanità astratta e usata per interesse, ma l’uomo nella sua singolarità: ama il tuo prossimo.

Ecco, questo Papa non l’avete trovato sui giornali di oggi e non lo troverete sui siti mainstream. Quindi lo citiamo noi, perché o il Papa va bene sempre o il Papa non va bene mai.


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