Gli scalmanati di Torino mandati a casa: ma i giudici con chi stanno?

· 4 Febbraio 2026


Cari ascoltatori, abbiamo ogni giorno di più l’impressione che certi magistrati vivano in una bolla alternativa alla realtà. Dopo gli incidenti e la violenza urbana alla manifestazione dei galantuomini di Askatasuna, a Torino, sono state arrestate tre uomini: ebbene, due di essi sono stati scarcerati con obbligo di firma. Sono due torinesi, Matteo Campaner e Pietro Desideri, che erano stati fermati per resistenza a pubblico ufficiale, per il lancio di pietre e bottiglie verso le forze dell’ordine.

Per entrambi la Procura aveva chiesto la convalida dell’arresto, ma il gip del Tribunale di Torino invece ha deciso di mandarli a spasso con l’obbligo di firma, se non li turba interrompere i loro aperitivi nella ztl torinese, presumiamo: perché gli scalmanati nel 99% dei casi sono quelli che Pierpaolo Pasolini chiamava “figli di papà”, che già al tempo si dilettavano ad assalire e lanciare sassi ai poliziotti, cioè i veri proletari, prima mandati in trincea e poi sbertucciati.

Il terzo soggetto è Angelo Simoniato, 22enne di Grosseto, l’unico arrestato perché identificato tra i dieci che si sono accaniti con pugni, calci, bastonate e martellate contro un poliziotto a terra, cui era stato tolto il casco. Simoniato non è uno di quelli che impugnava il martello o il bastone, ma era stato riconosciuto, era lì. Anche in questo caso la Procura aveva chiesto in carcere, e anche in questo caso la gip di Torino Irene Giani ha scelto diversamente e l’ha mandato ai domiciliari sul suo divano.

Ricordiamo che, fatto salvo il garantismo formale che non deve mai venir meno, i tre hanno partecipato a quel sabato di guerriglia urbana, che, come ha detto il ministro dell’interno Piantedosi in aula, un corteo che in una riunione all’Università di Torino era stato presentato dai suoi organizzatori di Askatasuna come la “resa dei conti con lo Stato democratico” e come uno “spartiacque di una guerra di liberazione nazionale”. Allora, se tre soggetti vanno a un evento che ha queste parole d’ordine, vengono fermati con diverse accuse, dal lancio di oggetti alla resistenza a un pubblico ufficiale o per essere nel gruppo che si accaniva contro un agente a terra, poi il primo magistrato che trovano riduce l’impatto dei provvedimenti praticamente a una pacca sulla spalla, c’è qualcosa che non funziona.

Alcuni uomini dello Stato sembrano travolti da un insondabile masochismo, e spesso sono poi gli stessi che invece contro altri uomini di Stato, per esempio gli agenti che in strada esercitano la loro legittima difesa, usano il criterio della massima severità. Il caso Rogoredo è un esempio lampante. Tutto questo ci fa pensare che alcuni magistrati delle nostre città vivano in una realtà parallela, in una bolla alternativa: perché se no tutto questo non si spiega.


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