“Dovremmo noi imparare l’arabo”: niente, anche Mieli è andato

· 23 Settembre 2026


Cari ascoltatori, stasera scomodiamo uno dei numi tutelari del giornalisticamente corretto, uno degli intoccabili della repubblica, delle lettere, del giornalismo italici: Paolo Mieli, più volte direttore del Corriere della Sera, direttore della Stampa, inventore di un genere ormai codificato dalla Treccani, il mielismo, una sorta di unione di alto e basso, di politica e gossip, un trasversalismo che gli avversari maligni hanno chiamato paraculismo.

Bene, la presunta auctoritas Mieli ha profferito un’enormità tale che sta passando in cavalleria solo perché l’ha profferita lui. È accaduto stamattina in un dibattito su La7 Omnibus, dove si parlava dei provvedimenti del governo, che per 24 ore sono stati tacciati di fascismo, poi si è scoperto che un ministro dell’Istruzione di nome Sergio Mattarella nel 1990 voleva più o meno la stessa cosa, e sono andati tutti in confusione.

Stava parlando il politologo Piero Ignazi che stava scaricando tonnellate di ideologia: diceva che il problema dell’integrazione “non è mai stato affrontato, perché nessuno ha mai pensato che gli immigrati quando arrivano in Italia devono essere presi, messi in strutture che non siano lager come gli attuali cpr”, ponendo così un’equivalenza con la Shoah.

A questo punto è intervenuto Mieli che, particolarmente ispirato, ha aggiunto “dobbiamo imparare le loro lingue”, in pratica dovremmo diventare poliglotti, imparare la lingua di chiunque arrivi per essere politicamente corretti al centouno per cento. Poi ha chiarito, con un tono quasi indignato, “perché, che cos’è questo atteggiamento secondo cui loro devono imparare l’italiano?” Che scandalo: pretendono e usufruiscono del welfare italiano, dei sussidi italiani, dell’accoglienza italiana, cos’è questa barbarie volgare che devono anche parlare l’italiano? Poi ha concluso “sì, certo”, come a concedere che alla fine è necessario.

È allora intervenuto il conduttore Gerardo Greco, che non è certo un estremista di destra, a cercare di riportare nella realtà gli ospiti del salotto mielistico: “Meloni però vi direbbe che sono loro dover imparare l’italiano”. E Mieli, quasi infastidito: “Ma è ovvio che loro devono imparare l’italiano. Però l’integrazione si fa anche parlando l’arabo correntemente”. Paolo Mieli Dixit.

In quel momento, forse, per chiunque altro sarebbero entrati due nerboruti infermieri a verificare se c’era qualcosa che non andava, e infatti Greco si arrabattava: “ Ma io non so parlare l’arabo”, con Mieli che condiscendente e ironico gli ha risposto “allora imparalo, vai a scuola”. È un quadretto che fa sorridere di un sorriso amaro, perché Mieli ha sfoggiato, con tutta la nonchalance che gli è consentita per l’autorevolezza che gli è stata riconosciuta nei salotti di cui sopra, l’architrave dell’ideologia in tema di migrazione, che è completamente scollata dalla realtà: facciamo integrazione imparando noi l’arabo.

Insomma, è stata sdoganata una sorta di equivalenza nel rapporto di integrazione tra colui che arriva e il luogo dove arriva (luogo che però ha una storia, una cultura, una tradizione secolare, leggete Roger Scruton), e chi lo abita si dovrebbe a sua volta adeguare al nuovo arrivato. Questo si chiama multiculturalismo, il minestrone che con sintesi finale Oriana Fallaci chiamava Eurabia o Italistan. Secondo questa impostazione allora dovremmo imparare, oltre all’arabo, anche un po’ di sharia, in uno scambio orizzontale di cui dell’integrazione non c’è più nulla: l’integrazione è che chi arriva si integra in un luogo non solo fisico, ma anche simbolico, culturale, identitario, antropologico, letterario e anche religioso, perché noi siamo culturalmente incastonati nel Cristianesimo.

Tutto questo diventa evanescente, in questo salotto dove si sorseggia brandy, si fumano sigari pregiati mentre si dice beh sì noi dobbiamo imparare l’arabo correntemente, loro è già tanto che imparino l’italiano, noi non dobbiamo essere da meno… È questo il delirio dell’ideologia con canoni mielisti, cioè soft, chiacchierando senza alzare la voce: ma è un’enormità, e la potete trovare pari pari nelle ultime pagine di “Sottomissione” di Michel Houllebecq, quando si legge di un ritrovo di professori universitari, intellettuali, giornalisti che belli stravaccati nel salotto trovano del tutto normale che si stia andando verso un’islamizzazione della società. Sono arrivati e sono tanti, quindi bisogna imparare la loro lingua e la loro cultura.

Ma che cosa stiamo dicendo? Questa cosa detta da Paolo Mieli – a maggior ragione perché detta da Paolo Mieli – è una boiata pazzesca!


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