Ormai sulla famiglia nel bosco è accanimento di Stato!
Giovanni Sallusti · 16 Settembre 2026
Cari ascoltatori, non chiamiamola più “famiglia nel bosco”, perché da dieci mesi non è più una famiglia, e non lo è per decisione dello Stato: siamo in una situazione che in una società aperta, in una democrazia, dovrebbe essere una extrema ratio, un terreno da battere in casi eccezionali, di violenze, di abusi, di bambine e ragazzine costrette al velo e alla segregazione – come accade in molte enclave della comunità islamica – o in casi di bambini privati di dignità e costretti a mendicare e a rubare – come accade in molti campi rom – ecco, quelli sono gli orizzonti in cui uno Stato si deve muovere, quelli dell’intangibilità dei valori, della comunità.
Invece anche oggi la famiglia nel bosco non è di nuovo una famiglia, perché lo Stato che le rimprovera uno stile di vita eccentrico, che al limite può essere oggetto di monitoraggio, ma non di ostinata disgregazione del nucleo familiare, perché tutto questo suona come accanimento dell’apparato burocratico verso uno stile di vita semplicemente non ortodosso.
Infatti è successo che, dopo l’ordinanza del Tribunale per i minorenni dell’Aquila, seguendo il percorso di ricongiungimento a tappe stabilito dai giudici dopo i pareri degli assistenti sociali, ieri Nathan e Catherine avrebbero dovuto incontrare i loro figli nella casa messa a disposizione gratuitamente dal comune di Palmoli. Ma l’incontro (immaginate quanto i bambini lo aspettassero, nella nuova casa con mamma e papà) è saltato all’ultimo minuto per – così è stato detto – mancanza delle condizioni di sicurezza. Il sindaco di Palmoli, sbigottito, ha riferito che i servizi sociali “hanno mandato due assistenti giovani con l’interprete a fare un sopralluogo e hanno ritenuto che non vi fossero le condizioni di sicurezza e privacy necessarie”, nonostante lo stesso primo cittadino si fosse premurato di mandare via tutti i giornalisti e avesse fatto chiudere gli ingressi delle strade limitrofe.
Gli operatori hanno comunque imposto di annullare il ricongiungimento. Come ha sottolineato l’avvocato della coppia, Simone Pillon, “la famiglia aveva già avvisato gli operatori del servizio sociale lo scorso venerdì 11 settembre, chiedendo loro di adottare misure idonee a prevenire il prevedibile afflusso di stampa. Tale corrispondenza non ha ricevuto alcuna risposta”. Al che i genitori hanno dovuto attivarsi in proprio, contando solo sulla preziosa collaborazione del sindaco, ma sono stati comunque ancora una volta mortificati: anzi vessati, non possiamo usare un altro termine.
L’incontro è stato quindi spostato nella solita struttura protetta, ed è durato anche meno dei 90 minuti previsti: l’ennesimo potenziale trauma creato a queste tre creature, che peraltro in questi giorni stanno iniziando l’anno scolastico in una situazione nuova, perché prima praticavano l’home-schooling regolarmente previsto dal nostro ordinamento: sistema fra l’altro affatto eterodosso, visto che lo praticano 16mila famiglie italiane, alle quali i figli non sono stati tolti…
È prevedibile che il livello del loro spaesamento si alzerà, e forse gli altri bambini li guarderanno come fossero strani. In questo contesto già complesso, è stato negato loro anche l’incontro con i genitori nella nuova casa. Così, ripetiamo, non è famiglia. Invece è accanimento ingiustificato da parte di certe strutture dello Stato: è ora che qualcuno abbia un sussulto di coscienza.