L’unica cosa certa è che Afd non è nazista. Datevi una calmata
Giovanni Sallusti · 7 Settembre 2026
Cari ascoltatori, quando stamattina ci siamo svegliati abbiamo scoperto che nel Land orientale tedesco della Sassonia c’è il 44,6% di nazisti: una lettura davvero seria e approfondita con cui il mainstream giornalistico-intellettuale a reti e testate unificate ha spiegato lo smottamento neanche più elettorale, ma epocale avvenuto in quel Land, che potrebbe perfino essere un incubatore di futuro. A fianco di questa tesi, per cui sostanzialmente la metà dei sassoni è nazista, c’è il “corollario Bonaccini”, il quale recentemente ci ha reso edotti che gli elettori di destra sono tali in quanto ignoranti, non hanno accesso alla verità platonica con cui sono a contatto quotidiano gli elettori progressisti: ecco, i giornaloni hanno subito insistito sul fatto che il Land della Sassonia è il più povero della Germania, tutti volgari sottoproletari, uguale nazisti.
Questo è il livello dell’analisi mainstream. La verità è che si può pensare quel che si vuole di AfD, noi per esempio siamo più di parte thatcheriana, calati in una tradizione occidentale che guarda integralmente a ovest, anche oltre l’Oceano, nel legame transatlantico. Ma se si parla di AfD bisogna chiarire che con il nazismo non c’entra nulla, e chi sostiene il contrario fa il furbetto.
Il nazismo, infatti, è anzitutto un capitolo totalitario-nazionale della tradizione socialista: lo spiega bene lo storico Joachim Fest, il quale ha ricordato che Hitler definiva il socialismo come una “responsabilità della comunità nazionale per l’individuo”, ed è evidente quale delle due venisse prima. “Il nazionalsocialismo instaurò un nuovo ordine segnato anche dalla statalizzazione integrale dell’economia”, e poi di tutti gli aspetti della vita, fino a far svanire del tutto la nozione stessa di esistenza personale, in favore di una distopia disegnata a tavolino dallo Stato-partito. “Il programma del Partito nazionalsocialista prevedeva la statizzazione di tutte le imprese che fino a oggi sono state costituite in società”. L’ha spiegato benissimo Hannah Arendt: non c’è una grande differenza col suo gemello, l’altro totalitarismo sempre occultato e sminuito, cioè il comunismo, perché entrambi hanno come nemico radicale il liberismo economico, l’economia di mercato e il suo contraltare politico, la democrazia parlamentare.
Meglio di tutti lo dice la filosofa libertaria Ayn Rand, quando scrive che “entrambi i totalitarismi sono varianti dello statalismo, basate sul principio collettivista che l’uomo è uno schiavo, senza diritto, dello Stato”: quindi il nazismo è anzitutto nazionalsocialismo, anche economico, e AfD con tutto questo non c’entra nulla. Date uno sguardo ai giornali che ne hanno presentato gli elementi programmatici, non le fobie o le paturnie: la stella polare di AfD è meno tasse-meno Stato, un classico del liberalismo. Propone la riduzione degli oneri fiscali e burocratici, maggiore libertà d’impresa, diminuzione delle regolamentazioni: una roba che avrebbe fatto saltare sulla sedia ogni nazionalsocialista autentico. Vuole abolire la tassa sul patrimonio, quella sulle successioni, aumentare il margine fiscale disponibile per il risparmio privato, operare una revisione significativa di un welfare pachidermico, con maggiore enfasi sulla responsabilità individuale.
Tutto il contrario di quello che diceva Hitler. Se aggiungete che i suoi dirigenti più volte hanno sottolineato come Israele rappresenti un’amicizia strategica per la Germania, allora è chiaro che lorsignori analisti mainstream, come dire, ce stanno a coglionà. Non è dando del nazista ad AfD che si spiega quello che è successo in Germania. Nel programma ci sono aspetti certamente discutibili ed esistono destre più chiaramente calate nella tradizione occidentale, ma sostenere che sono nazisti loro e il popolo di zoticoni che li ha votati spiega solo la totale incapacità del mainstream di leggere la realtà.