Benedetto Croce, il primo a capire il fascismo degli antifascisti
Alessandro Gnocchi · 2 Agosto 2026
In questa puntata di “Alta tiratura”, Alessandro Gnocchi presenta un volume uscito qualche settimana per Adelphi che ha un contenuto sorprendente: è “Perdersi negli altri e nelle cose”, una raccolta di lettere di Benedetto Croce che si collocano tra la fine degli anni Dieci e il 1945, mandate a grandi personaggi. Una delle più interessanti e “moderne” è stata scritta a Ferruccio Parri.
Croce, che non aderì mai al fascismo, scrisse il “Manifesto degli intellettuali antifascisti” nel 1925 e, vent’anni dopo, inviò una missiva a Parri, uno dei leader più importanti della resistenza armata, mentre si era nel pieno della formazione del primo governo dopo la Liberazione, di cui sarebbe stato il capo. “Mi giunge ora notizia, che mi suona incredibile, che si sia affacciata l’idea di escludere dalla nuova formazione governativa coloro che furono iscritti comunque al partito fascista. Questo significa ignorare che tutti gli italiani, per esercitare professioni, erano costretti a iscriversi e che ben pochi poterono, rinunziando alle professioni, rifiutare l’iscrizione. Tant’è vero che molti dei più operosi e benemeriti oppositori ed eversori del fascismo erano iscritti e finirono con soffrire lo stesso persecuzione, carcere e peggio”.
Il messaggio di Benedetto Croce è molto netto: usare come discrimine, per la partecipazione alla vita politica, l’iscrizione o meno al fascismo non sarebbe stata una mossa intelligente. In ogni caso anche la fronda al fascismo, come giustamente venne sottolineato dal filosofo, era comunque fatta da persone che nel fascismo erano nate e che erano iscritte a un partito che seppe in alcuni casi prendere tale fronda e disinnescarla, tenendosela vicina. Del resto basta prendere le grandi riviste del fascismo – quella di Giuseppe Bottai è forse la principale – e si troverà una lista infinita di antifascisti che però scrivevano su una rivista del regime, semplicemente perché non esisteva altro.
Ma è in un altro passaggio fondamentale della lettera che arriva la stoccata decisiva da parte di Croce nei confronti di Parri. “Il provvedimento segnerebbe nuove arbitrarie distinzioni tra i cittadini italiani. E, se si adottasse, io non solo uscirei dalla vita pubblica, ma nell’atto stesso farei la mia postuma e ideale iscrizione al fascismo: percorrerei la sorte stessa di uomini che stimo e amo. Discriminare è un atteggiamento arbitrario e stupido”. Impossibile essere più chiari di così. Croce poi aggiunge che la sua concezione della vita è antitotalitaria: il che significa che dirsi antifascisti non è sufficiente per essere nella famiglia democratico-liberale. Bisognerebbe anche proclamarsi anticomunisti.
Del resto, in quel periodo la propaganda comunista stava facendo passare l’idea che tutta la Resistenza fosse stata fatta dai comunisti. Ma il comunismo non ha mai coinciso con l’antifascismo. Dentro la Resistenza c’erano molte posizioni politiche: i cattolici, i monarchici, i liberali, gli anarchici. Ecco perché Croce, già nel 1945, spiegava che, invece, per essere liberali bisogna respingere l’idea sia della dittatura nera sia di quella rossa. Una grande lezione da parte di un grande maestro, che forse non viene sufficientemente ricordato in Italia, nonostante tutti lo conoscano molto bene.