“Divertente, lo rifaccio”: l’accoltellatore ci sfotte. Complimenti, buonisti
Giovanni Sallusti · 6 Luglio 2026
Cari ascoltatori, qui bisogna ripartire dai fondamentali: la responsabilità penale è personale, per cui ci auguriamo che a tale Lamin Saidilly – 22enne nato a Conigliano Veneto di origine gambiana (informazione che i giornaloni si sono premurati di omettere) che ha accoltellato a caso un 55enne nel quartiere di San Siro – venga irrogata la pena più dura la pena più dura, a tutela della società che non dovrebbe essere in balia di accoltellatori casuali.
Lo stesso Saidilly ha completato l’opera con una dichiarazione agli investigatori agghiacciante, che rappresenta una débacle culturale, una spia inquietante dei tempi, un punto di non ritorno all’orizzonte: “Mi sono divertito, appena esco lo rifaccio”. Siamo davanti a un profilo pericolosissimo, e se emergessero patologie psichiche ci sono i manicomi criminali: noi non possiamo essere in balia di costoro, eppure alle spalle di questi fatti emerge una rinuncia da parte della nostra civiltà occidentale, europea, italiana, a tutelare la sicurezza minima dei cittadini. E costoro se ne accorgono.
Pensate che a Milano si è dibattuto per mesi se permettere alla Polizia locale di usare il taser, cui un pezzo di sinistra si opponeva. Ma allora con che cosa li fermi i delinquenti? Con la pistola no, perché è indizio di fascismo. Lo si fa intavolando una discussione di sociologia applicata?
A fianco della rinuncia alla sicurezza c’è poi la rinuncia all’esercizio della deterrenza: Rudy Giuliani negli anni Novanta ripulì New York con la parola d’ordine “tolleranza zero” e la metropoli tornò vivibile: non è una politica criptofascista, è l’applicazione della pratica “chi rompe un vetro, è subito perseguito dall’autorità pubblica con la pena più severa”. Da noi invece è passato l’opposto, la “tolleranza mille”, altrimenti uno non direbbe che appena esce lo rifarà, dando per scontato che la pratica verrà disbrigata con poco. Un lassismo che ormai è brodo di cottura, la rinuncia all’esercizio della deterrenza e alla difesa della sicurezza come valore, con tutta la paura che l’autorità pubblica deve suscitare a costoro.
Così accade che chi commette oscenità del genere si senta anche in diritto di prenderci in giro, come giustamente nota oggi Libero. I casi si ripetono in serie, ricorderete il giovane marocchino di seconda generazione (dirlo è fascista) che con il suo cellulare girò un video, da postare nell’agorà social, mentre saliva la scaletta di un aereo, regalando perle come “mi sa che il mio piano di fare la bella vita in Italia è fallito: tutti ci odiano, remigrazione”, ridendo e sfottendo. Costui con la sua auto aveva travolto uno scooter uccidendo sul colpo una ragazza, altra vittima casuale del fatto che è saltata la convivenza minima, e ferendone una seconda. E ci ricordiamo le scene di Capodanno 2025 in piazza Duomo a Milano, dove gruppi di ragazzi nordafricani e arabi urlavano “polizia di merda, vaffanculo Italia”, una specie di squadrismo di massa: questo accade perché c’è la percezione che non solo non paghi niente, ma che ci si diverte lo si può rifare.
La storia più recente dell’accoltellatore indica quanto la presenza della legge e della giustizia debba essere la più ferma possibile, ma smaschera anche una grande débacle culturale: è indispensabile un’inversione a U, a questa quotidianità impazzita noi non ci rassegniamo.