Accordo o no, Trump è l’unico coerente: niente atomica all’Iran
Giovanni Sallusti · 12 Giugno 2026
Cari ascoltatori, le ultime agenzie hanno appena battuto che Donald Trump ha annunciato l’accordo per porre fine alla guerra contro l’Iran. Accadrà o sarà una nuova tappa degli stop-and-go cui il presidente Usa ci ha abituato, che fanno parte del modo in cui ha sempre perseguito il deal, anche nella sua avventura imprenditoriale pre-politica? Questa volta si notano delle differenze, annunciate in gran parte dallo stesso Trump, anche in una conversazione telefonica con un corrispondente di La7.
Tanto per cominciare, il presidente ha detto una cosa vera per evidenza fattuale, che il G7 e l’Europa sono stati irrilevanti: “Abbiamo vinto da soli la guerra”. Le istituzioni europee sono state irrilevanti sulla guerra che abbiamo in casa, in Ucraina, figuratevi sul Medio Oriente: si sono limitate alla retorica pacifinta, e non solo nulla hanno fatto per la ricerca effettiva della pace, ma a momenti addirittura sembravano preferire all’alleato americano e all’unica democrazia del Medio Oriente il regime teocratico e totalitario degli ayatollah.
C’è poi il secondo elemento, che costituirebbe il salto di qualità annunciato da Trump: l’Iran avrebbe accettato di rinunciare al perseguimento dell’arma nucleare, che è il 95% della questione, il discrimine è fra un mondo costantemente in pericolo in cui gli ayatollah hanno l’atomica, e un mondo in cui non ce l’hanno. La differenza rispetto al passato è data da una notizia diramata dall’agenzia Axios, secondo cui quattro aerei americani si starebbero dirigendo in Europa per preparare la cerimonia della firma, che dovrebbe avvenire a Ginevra.
Ovviamente al momento ci atteniamo al condizionale, ma comunque ci interessa il contenuto, la questione del nucleare, perché fa piazza pulita della caricatura di un Trump contraddittorio, senza bussola né strategia. Ma Trump è da dieci anni che sostiene, senza arretrare mai, che l’Iran islamista non può dotarsi dell’atomica: lo dice da quando partecipò da outsider sbeffeggiato da tutti alle primarie del Partito repubblicano che avrebbero deciso lo sfidante di Hillary Clinton, destinata a una vittoria per acclamazione dal mainstream, ma non dell’elettore americano in carne e ossa. Da subito disse che era interesse dell’America (e del mondo libero, aggiungiamo) che l’Iran totalitario, teocratico, esportatore di terrorismo non si dotasse dell’arma nucleare.
A maggior ragione questa preoccupazione dovrebbe essere condivisa al di qua dell’Atlantico, perché noi siamo a portata dei missili iraniani, l’America no. È una questione esistenziale, perché come diceva Kissinger, quel regime ha trasformato la millenaria civiltà persiana in una causa, la causa della rivoluzione islamista: si governa in nome di Allah e si vuole esportare quella rivoluzione nel mondo, parole dell’ayatollah Khomeini. Un regime così sfugge al meccanismo della deterrenza, perché persegue l’apocalisse. E se avesse l’atomica…
Se effettivamente ci sarà un accordo in cui uno dei regimi più pericolosi al mondo abdicherà alle sue aspirazioni nucleari, sarà una buona notizia e una svolta storica. Se non sarà così, care anime belle, comunque sarà svelato il gioco degli ayatollah, o dei pasdaran, cioè che la pace non la vogliono davvero e invece il nucleare sì. È un’ipotesi anch’essa sul tavolo perché, come di nuovo ricordava Kissinger, gli ayatollah usano il negoziato come finzione, come forma di combattimento, non vogliono un compromesso ma una dilazione funzionale ai loro interessi, in primis dotarsi dell’arma nucleare.
Per cui, o c’è l’accordo con la rinuncia al nucleare, e sarebbe una svolta storica; o non c’è l’accordo, e quindi il regime che non rinuncia all’atomica non è innocuo come ci ha spacciato la pubblicistica mainstream, ma pericolosissimo perché ha ambizioni distruttive e continuerà a nutrire il terrorismo. L’unica cosa che resta certa è che Trump non ha mai cambiato idea, ha sempre detto che questo club di tagliagole coranici non deve avere l’atomica. Se così sarà, sarà un risultato che la storia dovrà riconoscergli.