La Repubblica della libertà e dell’identità: la festeggiamo così
Giovanni Sallusti · 2 Giugno 2026
Cari ascoltatori, oggi è l’80esimo anniversario della Repubblica italiana, e noi lo vediamo come una ricorrenza che va rivendicata e festeggiata oltre la cortina retorica degli hashtag: la vogliamo nel suo significato autentico e con le sue implicazioni storiche e valoriali, perché il 2 giugno del 1946, in cui gli elettori italiani, finalmente liberi, scelsero le modalità istituzionali con cui sarebbe stato governato il loro Paese, è parte della nostra identità costitutiva. Noi siamo alieni a quel mainstream che cerca di edulcorare le identità in un minestrone indifferenziato e di mettere tra parentesi la nostra storia rispetto ad altre. E bisogna andare oltre la retorica perché questa ha il capriccio di essere sempre faziosa, strumentale a una vecchia egemonia pseudoculturale secondo la quale il 2 giugno sarebbe la succursale del 25 aprile, la Liberazione intesa come festa di una sola fetta di partigiani (quelli rossi), quindi travisando la relazione fra le due date, che ovviamente esiste.
Lo diciamo perché è un tarocco che in queste ore imperversa come ogni anno. E perché noi oggi viviamo nella Repubblica italiana grazie alla fine della Seconda guerra mondiale il cui esito è stata la sconfitta del nazifascismo a opera soprattutto degli Alleati anglo-americani. Questo dato storico è ancora oggi geopolitico, e dovremmo ricordarcene quando si parla, ormai senza inibizioni, di recidere il legame transatlantico con l’America guidata dall’’orco’, navigare nel mare aperto del disordine mondiale senza quell’ancoraggio. Non avremmo una Repubblica democratica senza quella lotta delle liberaldemocrazie contro il nazifascismo.
Il 2 giugno 1946 andarono alle urne 12 milioni di uomini e, fatto molto importante, 13 milioni di donne, l’89% degli aventi diritto. Più di 12 milioni scelsero la Repubblica e più di 10 milioni la monarchia: al netto delle polemiche su brogli in alcune aree, fu un grande bagno nel consenso popolare. Ecco, è questo che non dobbiamo dare per scontato, non è solo un rito, è una bussola della parte del mondo, non solo geografica ma anche valoriale, in cui viviamo; e anche la differenza che c’è oggi fra un assetto della polis in cui i liberi cittadini votano e il mondo delle tirannie dove ci sono solo sudditi od oppositori perseguitati, peggio ancora l’odierno asse delle autocrazie. Lo ricòrdino, i numerosi fan del ‘partito cinese’ in Italia, per i quali Pechino incarna le magnifiche sorti e progressive del nuovo millennio ma è un totalitarismo comunista; e lo ricòrdino, i numerosi iscritti al partito islamo-gauchista che ormai è stato sdoganato anche in Italia.
Proprio ora che i suddetti fan tirano a sfumare la differenza fra democrazia e tirannie, è questa festa, quella che ci riporta al 2 giugno 1946, a ribadire quella differenza sostanziale, irremovibile. E la ribadiscono anche quei 13 milioni di donne alle urne, al tempo un’ondata storica clamorosa (già il 10 marzo 1946 in alcuni Comuni avevano votato delle elettrici): nel nostro mondo vale l’individuo, che è dotato di diritti e dignità inalienabili senza distinzione fra uomo e donna, tra cui quello di scegliere come convivere in una polis. Non va dimenticato che non accade in tutto il mondo…
Ecco, noi crediamo che la celebrazione di oggi, oltre la patina della retorica, dovrebbe parlare della nostra identità, della libertà che non è scontata, di come e grazie a chi è stata riconquistata, di che cos’è una democrazia e perché è differente da altri modi di vivere: una celebrazione fiera dell’Italia e di quanto fa la differenza vivere in un mondo libero.