La vera potenza? Xi mostra le parate, Trump gli uomini da 12mila miliardi
Giovanni Sallusti · 14 Maggio 2026
Cari ascoltatori, dopo la sola giornata di ieri è ovviamente prematuro fare un bilancio articolato dell’incontro con la I maiuscola, tra i due uomini più potenti del mondo, Donald Trump e Xi Jinping. I giornaloni nostrani invece hanno ovviamente già capito tutto, che ha stravinto il leader cinese, ma è la solita solfa, il titolo era preconfezionato, per cui si sono esercitati sulle differenti posture semantiche.
Xi Jinping ha tenuto come filo conduttore la necessità per Cina e Stati Uniti di condividere un’ottica improntata alla stabilità strategica internazionale, Donald Trump – come è tipico suo nelle schermaglie diplomatiche – ha invece premuto più sul tasto personale, ha indirizzato molti elogi verso la leadership di Xi, l’accoglienza, la forza del gigante cinese: e, al solito, tutto questo è stato interpretato come segno di debolezza di Trump. Ma sono tutte cose che non ci dicono niente del contenuto.
Xi Jinping ha citato la cornice di qualunque incontro America-Cina, ovvero la “trappola di Tucidide”, quella tendenza secondo la quale le aspirazioni di una potenza in ascesa a un certo punto si scontrano con gli interessi della potenza egemone e questa collisione determina un conflitto che va anche al di là delle volontà degli attori in gioco, e può assumere varie forme: noi speriamo che si eviti quella bellica, ma quella commerciale era in essere fino alla tregua di qualche mese fa. Tutto questo però è, appunto, cornice, o alla peggio chiacchiericcio mediatico.
Al momento il nodo ci sembra stia in una domanda: Xi Jinping è un buon marxista? Se lo è, sa che – a vangelo marxista vigente – la struttura economica, l’articolazione della realtà, del modo in cui gli uomini producono e gestiscono il rapporto tra forze produttive, condiziona più o meno in modo decisivo, a seconda del grado di ortodossia, la sovrastruttura politica/geopolitica/di potenza. Dunque, se Xi Jinping è un buon marxista, ha capito tutto della sfilata dei 12 ceo che hanno accompagnato Trump nel viaggio diplomatico, tra i quali Elon Musk, ceo di Tesla e SpaceX, Jensen Huang, ceo di Nvidia, Tim Cook ceo di Apple, Larry Fink ceo di Black Rock, Stephen Schwarzman ceo di Blackstone: la crème della potenza economico finanziaria americana, una delegazione che vale circa 13 trilioni di dollari di capitalizzazione, quasi 12 mila miliardi di euro. Sono volti che incarnano un dato sottaciuto ma ben presente nelle relazioni fra i due Paesi: tra le prime dieci società più capitalizzate al mondo, sette sono americane di cui cinque sono le prime in classifica, e per trovarne una cinese bisogna scendere sotto il ventesimo posto.
Vogliamo dire che il vero messaggio di Trump sta in quella delegazione irrituale, assai più potente e significativa degli sherpa diplomatici: il presidente Usa ha messo sul tavolo la pistola della potenza economico-finanziaria americana. E se Xi Jinping – come immaginiamo perché ha ribadito l’ortodossia cinese anche rispetto al passato – è un buon marxista, ha visto la struttura economica americana dispiegarsi in tutta la sua forza. E avrà capito, trappola di Tucidide alla mano, che la potenza cinese non è ancora minimamente in grado di compensare la forza di quei trilioni di dollari.
Questo ci sembra il dato, ed è in controtendenza rispetto al racconto tutto filocinese degli aedi antitrump: noi speriamo che Xi continui a essere un buon marxista, e da buon marxista fare i conti con i rapporti di potenza economica. Finché restano questi, è un bene per tutti gli uomini liberi.