Garlasco, l’unica cosa certa è che Stasi dovrebbe essere fuori
Giovanni Sallusti · 7 Maggio 2026
Cari ascoltatori, il delitto di Garlasco è ormai diventato una voragine giudiziaria, giornalistica, anche morale, in cui sempre più difficile tenere ferma la bussola del garantismo. Siamo al derby fra curve, alle tifoserie organizzate, un’ennesima forma di scempio sul corpo, sulla vita, sulla memoria di Chiara Poggi. Resta ferma però una consapevolezza essenziale da cui nessun garantista può retrocedere: ancora oggi si verifica una barbarie quotidiana, la reiterazione di una stortura, di una ferita nelle fondamenta della nostra convivenza civile.
Questa ferita è un uomo di 42 anni che al tempo era un ragazzo, Alberto Stasi, ma potremmo chiamarlo Alberto S., date le inquietanti analogie con la storia di Joseph K. nel “Processo” di Kafka. Stasi ogni sera va a dormire in una cella, dove sta scontando una condanna definitiva che, ormai è chiaro, non fu emessa oltre ogni ragionevole dubbio. Questo non ha nulla a che fare con il merito dell’attuale inchiesta, è un punto da cui non si può retrocedere. Dalla nuova indagine ogni giorno emerge una novità, oggi è la notizia del soliloquio di Andrea Sempio: secondo l’intercettazione, avrebbe detto di aver visto un video intimo di Chiara, nei giorni in cui le telefonava e lei rispondeva di non voler avere niente a che fare con lui. È un elemento narrativo rilevante ma non è una prova immediata. Andrea Sempio al momento non è nemmeno rinviato a giudizio, quindi a maggior ragione valgono per lui tutte le garanzie.
È dal punto di vista del metodo, non del merito, a essere importante il fatto che esista una nuova inchiesta e che si ipotizzi uno scenario alternativo: è la conferma che la sentenza Stasi non fu emessa oltre ogni ragionevole dubbio, altrimenti vorrebbe dire che ci sono due Stati, due apparati giudiziari, pensate all’incubo di trovarsi in cella ogni sera avendo a che fare con una schizofrenia di Stato, dove la verità è una o un’altra a seconda di chi decide. Per condannare qualcuno nel nome del popolo italiano il ragionevole dubbio deve essere superato. Ma Stasi è stato assolto due volte, e nella requisitoria che in Cassazione produrrà la condanna definitiva, il Procuratore generale chiese l’annullamento con rinvio, perché ‘non siamo in grado di decidere se questo ragazzo è colpevole o innocente’; come ha scritto il giudice Stefano Vitelli che lo assolse in primo grado, andava assolto perché non era stato superato il dubbio, quel confine giuridico, morale, anche filosofico.
Nella stessa sentenza di condanna, questa è una cosa agghiacciante (qualcuno ricorda Cesare Beccaria), si riconosce che l’andamento dell’inchiesta “fu senz’altro non limpido, caratterizzato anche da errori e superficialità”: ma non è già questo un macigno, un enorme ragionevole dubbio? E poi, a cascata, tutti gli altri elementi: non è mai stato individuato un movente, non c’è il suo dna sotto le unghie della vittima, ci sono quei ridicoli 23 minuti in cui questo giovane bocconiano avrebbe commesso una mattanza con una tempistica e una professionalità da killer. Più una serie di elementi impressionanti che, uniti ai nuovi sviluppi quotidiani, mostrano un ingombrante elefante nella stanza: Stasi ogni sera si corica in un posto in cui non dovrebbe stare, che è il carcere. Questa cosa scomoda la coscienza di tutti noi ed è una barbarie inaccettabile.