Trump-Prevost, un braccio di ferro lungo duemila anni

· 19 Aprile 2026


In questa puntata di “Alta tiratura”, Alessandro Gnocchi riflette su uno dei fatti principali di questo 2026: il litigio fra Donald Trump e Papa Leone XIV, che ha fatto quello che fa ogni Pontefice: parlare di pace. Il presidente degli Stati Uniti d’America si è risentito e ha parlato duramente sostenendo che Prevost non avesse capito bene quasi sia l’attuale situazione in Medio Oriente e che gli Usa stanno combattendo una battaglia di libertà per evitare guai peggiori a tutto il mondo. JD Vance ha rincarato la dose, sostenendo che il Papa si deve occupare del potere spirituale e lasciar perdere il potere temporale.

Nei primi giorni di questa vicenda, un funzionario del Pentagono avrebbe pronunciato davanti al rappresentante del Vaticano – il Nunzio apostolico – la parola “Avignone”. Vera o falsa che sia questa ricostruzione, l’episodio è molto significativo: perché chi evoca Avignone e la fa rimbalzare sui media vuole intendere che il potere temporale può piegare quello spirituale quando lo ritiene necessario. Stiamo infatti parlando della cosiddetta “cattività avignonese”, ovvero quel periodo del Trecento in cui i Papi, sotto la pressione della corona francese, furono costretti a trasferirsi ad Avignone e a fare quello che Parigi ordinava.

La storia dell’Occidente è piena di momenti in cui un sovrano decide che la legittimità del suo potere non ha bisogno di mediatori sacri. Pensiamo a Filippo il Bello contro Bonifacio VIII, a Enrico VIII contro Roma, a Napoleone – che forse è la figura più assimilabile a Trump – che quando venne incoronato prese la corona dalle mani di Pio VII a Notre Dame e se la pose da solo sulla testa. Quello che è invece inedito è il livello di esibizionismo raggiunto da Trump, il quale si è addirittura raffigurato come Gesù mentre sta compiendo un miracolo, sta curando un malato e dietro di sé, al posto degli angeli, ci sono delle figure simili a militari americani. Leone ha risposto con la sola “arma” che ha in dotazione: il dialogo. Ha condannato la guerra comunque come illegale e immorale. Che cosa succederà adesso?

La storia ci può dare qualche indicazione. Filippo il Bello ottenne Avignone e morì pochi anni dopo Bonifacio VIII, Napoleone piegò la Chiesa ma finì a Sant’Elena mentre il Papa se ne tornava a Roma. Ora Vance ha fatto questa sparata in cui si chiede al Papa di occuparsi di potere spirituale: il problema è che non ha mai funzionato così. È inutile pensare che la Chiesa si possa confinare nella sacrestia. Tutta la storia del Novecento, e anche prima, smentisce completamente questo fatto. Giovanni XXIII, nell’ottobre nell’ottobre ’62, trasmise un appello a Kennedy e Khrushchev sui giorni della crisi missilistica e, grazie alla mediazione vaticana, fu evitato uno scontro nucleare.

Poi ci fu Giovanni Paolo II, che parlò di rispetto della dignità umana, con un messaggio che arrivò forte e chiaro in Polonia e rese possibile lo sviluppo di Solidarność, il sindacato cattolico che porterà alla caduta del regime polacco. Prendiamo poi anche un teologo puro come Benedetto XVI, che sostenne che l’Europa doveva ridiventare il cuore dell’evangelizzazione. Ovviamente è una tesi spirituale, ma che ebbe anche delle ricadute politiche perché significava chiedere che le radici cristiane fossero riconosciute nella Costituzione europea.

La sintesi è che tutti questi fatti appartengono più che altro alla realpolitik: è un fatto del tutto normale che ci siano queste tensioni. Ma è anche vero che è emerso un elemento nuovo: nella storia non si è mai presentato un Papa americano che avesse un’influenza su un numero così alto di elettori, 55 milioni. Ed è chiaro che il Papa, affermando che la guerra Usa-Iran è “illegale e immorale”, sta dando un colpo di piccone non indifferente all’onda del consenso. Questo preoccupa enormemente Trump e Vance, che però non potranno mai separare la sacrestia dal Pentagono.


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