Ma vi piacerebbero gli ayatollah con l’atomica?
Giovanni Sallusti · 15 Aprile 2026
Cari ascoltatori, capiamo che potrà essere indigesto, ma c’è un grande rimosso nel dibattito sui giornaloni di oggi, tanto in fregola per la tensione tra Italia e Stati Uniti, tra governo Meloni e Trump (questo è il termometro: se lorsignori si complimentano, qualcosa non va): nel clima festante perché sembriamo tornati tutti anti-americani, anche sull’onda di errori oggettivi dell’amministrazione Trump, lorsignori omettono una questione che invece dovremmo tutti tenere a mente: l’ipotesi che a un certo punto il regime teocratico islamista degli ayatollah riesca a realizzare la bomba atomica.
Non è peregrino, perché ci prova dal 1979, cioè da quando ha preso il potere in Iran nel nome di Allah. L’ayatollah Khomeini disse che era un obiettivo politico, addirittura escatologico: l’ordigno sarebbe servito per ridisegnare l’area e il mondo a misura di Corano. Il regime ha poi sempre continuato a inseguirlo, e il fatto stesso che tutti i liberal, i perbene, le amministrazioni buone e giuste, Barack Obama in primis, abbiano intavolato trattative, è perché il tentativo di arrivare al nucleare era in corso. E gli stessi negoziatori iraniani a Ginevra, poche settimane fa, dissero a Steve Witkoff che avevano accumulato uranio per dare origine a 11 testate nucleari.
I bombardamenti americani e israeliani hanno fortemente riportato indietro il programma nucleare iraniano, che però non è sparito dagli obiettivi: anzi, il negoziato si è arenato, come ha detto JD Vance, perché i pasdaran, che quanto a radicalismo hanno scavalcato gli ayatollah, non hanno intenzione di rinunciare al loro scopo. Ora, sappiamo da qualche settimana (informazione confermata dai servizi israeliani) che la gittata dei missili e la capacità di proiezione bellica del regime iraniano superano nettamente le aspettative, possono arrivare anche ai 4.000 chilometri: tecnicamente Teheran ha nel mirino tutte le capitali europee, Roma in primis.
Sappiamo anche che non smetteranno mai di provarci, e a questo proposito alcune righe scritte da Henry Kissinger lo spiegano bene, tratte dal suo libro “Ordine mondiale”, quando parla del negoziato nucleare con l’Iran: “Per l’Occidente il tema centrale è se si può trovare una soluzione diplomatica oppure siano necessarie misure di carattere militare. In Iran la questione nucleare viene trattata come un aspetto di un conflitto generale sull’ordine regionale e sulla supremazia ideologica. Gli ayatollah descrivono le trattative sul nucleare come parte di un’eterna lotta religiosa in cui il negoziato è una forma di combattimento e il compromesso è vietato”.
Se il regime resta in vita, non rinuncerà a perseguire l’atomica, proprio per la loro ottica ideologica-apocalittica. La domanda è: questa cosa ci turba o non ci turba? Sapendo che Roma e San Pietro – a proposito di Papa – sarebbero, immaginiamo, uno degli obiettivi strategici di una teocrazia islamista che vuole cancellare gli infedeli dalla faccia della terra… Questo tema va al di là di Trump: fra due anni non sarà più alla Casa Bianca, ma la questione della sicurezza della nostra civiltà e delle nostre vite rimarrà.
Ecco perché non si può rimuovere questa domanda dal dibattito. Preso atto che vanno censurate le intemperanze verbali dell’alleato, e anche il furore bellicista dell’altro alleato, fatti tutti i distinguo che vogliamo, ci va bene o no che questo regime viva e continui a perseguire il proprio obiettivo, come ha spiegato Kissinger? A noi la risposta sembra già nella domanda.
