Il mondo cambia, Ursula ferma al patto di stabilità

· 14 Aprile 2026


Cari ascoltatori, mentre la storia si fa convulsa e cambia rapidamente, fra blocchi di snodi energetici, scenari bellici che si incendiano e si spengono ogni minuto che passa, con lo scontro di civiltà che torna prepotente al centro delle dinamiche mondiali, con l’asse delle autocrazie sempre più saldato da Pechino, con l’Occidente tende a sfaldarsi sulle due sponde dell’Atlantico, in buona parte per colpa della miopia della classe dirigente europea, e perfino con il ritorno dell’antica contrapposizione tra il potere temporale e il potere spirituale, ecco in un momento come questo c’è chi se la prende comoda: è Ursula von del Leyen.

Dopo settimane in cui l’allarme energetico è andato costantemente al rialzo, con gran calma ieri la presidente della Commissione Ue è arrivata a una conferenza stampa a Bruxelles, e ha finalmente parlato sul tema dell’energia, sempre con una flemma straniante.

E quel che ha detto, passando sopra il dramma quotidiano di famiglie, imprese, consumatori europei, è che “non ci sono le condizioni per attivare la sospensione del patto di stabilità e crescita”, non diciamo buttarlo nella pattumiera della storia, come bisognerebbe fare, ma neanche per sospenderlo. “Tuttavia la Commissione continuerà a coordinarsi tenendo in conto gli interessi europei”, e qui un brivido ci corre lungo la schiena, è l’annuncio che continuerà l’abbaglio dirigista che Margaret Thatcher aveva stigmatizzato, che Bruxelles continuerà a eterodirigere le politiche di Paesi diversificati, di filiere economiche diverse fra loro, anche di bilanci degli Stati, di politiche fiscali non omologabili.

E così chiude gli occhi di fronte al dato macroscopico: il Patto di stabilità è stato pensato in un’altra era geopolitica, quando sembrava che il conflitto fosse rimosso dalle vicende umane, che ci si potesse dedicare tranquillamente al libero scambio, anche con sistemi che non ne riconoscono i fondamenti come quello cinese; insomma, che ci si potesse dedicare all’amministrazione dell’esistente e alla circolazione di merci e capitali, perché non ci sarebbero più state crisi globali né belliche, né energetiche.

E invece lo scontro di civiltà è tornato prepotentemente, così come la politica di potenza, è tornato a essere decisivo anche l’hard power. E Bruxelles balbetta. Il patto di stabilità, già discutibile in sé, è anacronistico, ma Ursula ci si aggrappa: per lei non ci sono le condizioni per sospenderlo, e si limita a dare di nuovo consigli ai Paesi membri: “Si può fare di più per ridurre la domanda, perché l’energia meno costosa è ovviamente quella che non usiamo”.

Bene, allora potremmo anche tornare a vestirci di pelli, a vivere nelle caverne e a cibarci di bacche, così consumeremmo zero energia. Ma è forse il modo per affrontare la crisi globale e tutelare la prosperità dei popoli europei, vivere meno, stare più chiusi in casa? Torna ad affacciarsi lo spettro del lockdown energetico, il perenne richiamo della foresta della classe dirigente europea. Che se in tempo di pace già è ridicola per il suo scollamento dalla storia, in tempi come questi diventa oggettivamente pericolosa.


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