Conte pochette di Xi: Dio ce ne scampi
Giovanni Sallusti · 10 Aprile 2026
Cari ascoltatori, siamo dei fan scatenati di Giuseppe Conte in quanto maestro dell’intrattenimento d’avanguardia, la cui più notevole arte è di saper indossare maschere intercambiabili, di danzare sul principio di non contraddizione: di recente l’abbiamo soprannominato “uno, nessuno e centomila” perché ha dimostrato come nell’arco di mezz’ora si possa indifferentemente governare con la Lega e con il Pd. Il problema è che un’idea politica, anzi geopolitica, Conte ce l’ha, è ricorrente e l’ha tirata fuori anche ieri: dobbiamo essere molto amici della Cina comunista. Incurante del fatto che Pechino ha quell’abitudine di trattare gli “amici” come vassalli nel migliore dei casi, come sudditi nel più frequente.
Conte, rispetto a Elly Schlein, è un astuto uomo di mondo, capisce i momenti: quindi durante il discorso della premier Meloni in aula ha rilasciato un’intervista a Bloomberg, uno dei massimi network dell’informazione internazionale, dove ha ribadito la sua corrispondenza di amorosi sensi con Pechino: “L’Italia deve proteggere i propri interessi anche guardando alla Cina”, aggiungendo che “un approccio multipolare è fondamentale”, pur precisando di non voler buttare a mare l’alleanza con gli Stati Uniti. E per forza, è l’alleanza strategica che ha garantito pace, benessere e prosperità in Occidente dal 1945 a oggi.
Però Conte vuole anche aprire a Pechino: come al solito mette tutto un po’ insieme, come faceva da presidente del Consiglio, quando in aula teorizzò l’equivicinanza, o l’equidistanza, tra Stati Uniti e Cina, cioè tra i due modelli antitetici di due giganti che si stanno sfidando per l’egemonia globale. Per lui pari sono, basta che lo ricevano, basta anche qualche emissario al ristorante. Conte fu anche l’unico leader occidentale a firmare il memorandum con cui si accettava di entrare nella nuova nella Via della seta: cioè il progetto con cui il partito comunista cinese coltiva l’egemonia globale e sfida l’Occidente. Conte ricevette il compagno Xi-Jinping con tutti gli onori, diventando così il frontman di un partito cinese molto ben incistato nell’establishment progressista italiano, da Romano Prodi che ha cattedre a Pechino, a Massimo D’Alema che s’è visto alla parata per l’anniversario della rivoluzione comunista.
Tutto questo non è una disquisizione astratta di geopolitica: dire che che l’Italia deve tutelare i suoi interessi guardando anche alla Cina significa non capire, o fingere di non capire, il momento storico. La guerra in Iran è un tassello della grande sfida tra Stati Uniti e Cina, perché quest’ultima è il riferimento del cosiddetto asse del male, quello delle autocrazie. Non a caso ha fornito intelligence e assistenza diplomatica all’Iran e ha eterodiretto anche i pasdaran; ed è sempre Pechino a permettere tuttora a Putin di continuare il suo sforzo bellico in Ucraina. È il competitor globale.
Allora la domanda è: caro Conte, visto che non ogni giorno si può fare commedia dell’arte, nella malaugurata idea che lei torni a Palazzo Chigi (facciamo gli scongiuri), l’Italia dove si collocherebbe? Fuori da questa pochade in pochette, lei verso quale mondo tende? Speriamo non al mondo che ha i laogai, cioè i campi di concentramento, e il partito unico, cioè il partito comunista cinese: quel mondo non aspetta che di poter estendere il suo impero in altre parti, tipo la nostra, dove c’è quella cosina che si chiama democrazia…
