Dopo l’affaire-Santanché, torniamo a fare politica, vero?
Giovanni Sallusti · 25 Marzo 2026
Cari ascoltatori, sappiamo che avete incombenze un filo più pressanti perché vivete tutti nella realtà, ma visto che il racconto mainstream ci vuole convincere che le sorti del Paese fossero appese alle dimissioni del ministro Daniela Santanchè, ecco, l’ha fatto, sono arrivate, notizia anticipata dal sito nicolaporro.it, fonte come sempre molto affidabile. Bene, prendiamo atto di questo sacro graal delle dimissioni: però, come già chiedevamo questa mattina, adesso si torna a fare politica, vero?
Ora smettiamo di sistemare caselle politichesi, che avranno certo una loro logica (qui di mezzo c’era anche una faida all’interno di Fratelli d’Italia, fra la vecchia guardia legata al presidente del Senato Ignazio La Russa e la nouvelle vague meloniana): prima c’era stata la doppietta di dimissioni Bartolozzi-Del Mastro, che ponevano degli oggettivi problemi di imbarazzo politico, ma l’affaire-Santanchè riguardava un imbarazzo su delle inchieste in piedi da mesi, e nella contesa referendaria non ha avuto alcun ruolo.
Vabbè, fatti loro, però adesso si deve tornare a fare politica, magari una politica di centrodestra vera, senza inibizioni, senza sudditanze culturali, incluso – lo diciamo per il futuro – quel verbo giustizialista di sapore grillino per cui basta un’inchiesta per giustificare delle dimissioni. Dunque, torniamo a ragionare, a rilanciare sulla questione fiscale sulla quale si deve smettere di giocare in difesa, con i ritocchini alle aliquote qua e là: è ora di provare a innestare un inizio di rivoluzione fiscale, di liberare il ceto medio di questo Paese, che guarda caso è l’ossatura popolare ed elettorale del centrodestra.
E poi si torni a fare una politica nei confronti dell’Europa (come Ue, non come idea o civiltà, che anzi va sbandierata e rivendicata) che non sia suddita delle follie eurocratiche, dal green deal in giù; una politica che non sia viziata, come a volte è sembrato, dall’ossessione di edulcorare la svolta che il popolo di centrodestra ha chiesto con il voto alle politiche, di normalizzarne il messaggio, magari per allinearsi sulla von der Leyen, per occupare caselle nella Commissione. Per carità, la politica passa anche dal prendere i posti: ma, insomma, bisogna tornare a fare una politica più marcatamente critica con l’andazzo eurocratico, che spalanchi nuove prospettive per il popolo italiano e i popoli del continente.
E facciamo anche che si torni a una politica calata nella realtà, che guardi per esempio la cartina del voto referendario e da lì acceleri sulla riforma dell’autonomia, sulla questione settentrionale che la mappa del voto pone con chiarezza, un grido dei ceti produttivi che anche sono ragioni sociali e storiche del centrodestra.
Si tornerà a fare politica su tutti questi fronti, vero? Una rivoluzione fiscale più cogente, a partire dall’estensione della flat tax, una critica all’eurocrazia più cogente, un’attenzione ai ceti produttivi più cogente: sono tutti fronti su cui da sempre la Lega insiste, storicamente nonché da quando il governo è nato. E non è un dato residuale, ma vero e decisivo, che le uniche Regioni che hanno tenuto nella contesa referendaria sono state quelle governate dalla Lega. Lì c’è qualcosa, c’è qualcuno al quale bisogna parlare: archiviata la pratica Santanchè, da domani vogliamo un po’ più di politica vera di centrodestra.
