Grazie Senatur, l’inizio di tutto
Giovanni Sallusti · 19 Marzo 2026
Ciao Senatur. Potremmo chiudere qui questa edizione speciale perché crediamo siano le uniche due parole che un’intera comunità – molto più che politica, che non si è mai vergognata di difendere le proprie idee nella polis, una comunità esistenziale, una comunità valoriale – sta ripetendo in queste ore, accompagnandole con lacrime che sono e devono essere anche di gratitudine.
Però sarebbe ingiusto fermarci qui, perché la tua sarà sempre una presenza, in primis per quello che hai rappresentato nell’intera storia italiana degli ultimi decenni. Perché Umberto Bossi iniziò a mettere al centro del proprio agire la questione dei territori, la questione settentrionale, la questione del riscatto del nord, erano gli anni ‘80, davvero un altro mondo: c’era ancora il muro di Berlino, una situazione apparentemente in stasi, e lui con un fiuto politico anticipatore che mostrò poi tantissime altre volte e che anche gli avversari minimamente intelligenti gli hanno riconosciuto, capì che quel mondo stava andando incontro a un cambiamento epocale.
Bossi vedeva nella questione della libertà del territorio, delle radici, dell’identità, del riscatto delle persone e della comunità prossima, il baricentro di un nuovo agire politico, e per primo lo tradusse nell’azione: fu un vero e proprio “cigno nero” in un momento in cui la prima Repubblica alla sua ultima stagione era sempre più avvitata attorno al verbo centralista, iperstatalista, iperclientelare, un sistema apparentemente bloccato che replicava in piccolo il sistema bloccato globale. Bossi fu tra i primi a romperlo concretamente, e ha lo straordinario merito storico di aver posto al centro di un progetto politico temi che erano tenuti alla periferia delle idee, nello scantinato, quasi nel folklore. Fu il primo a costruire un movimento che dava alla voce dei produttori di ricchezza un valore politico, di rivendicazione.
Non a caso il suo progetto è nato, è sempre stato ed è ancora oggi trasversale alle canoniche distinzioni destra-sinistra. Quando scelse il campo della coalizione di centrodestra, lo fece con laicismo, nel nome dell’obiettivo: anzitutto dare una voce a chi produce, che spesso nella storia italiana è stato spolpato.
Il secondo grande fulcro è stato la questione settentrionale, che per la prima volta divenne un tema politico diremente. Fino ad allora c’era stata solo la questione meridionale, equivocata, strumentalizzata, svilita in una rivendicazione paradossale che chiedeva più assistenzialismo in uno Stato iperassistenzialista. Bossi pose la questione delle questioni, la messa in discussione dell’idrovora centralista, che teneva il Sud in una condizione di mantenimento pseudo-servile, drenando ricchezza dal Nord, saccheggiando fiscalmente i territori produttivi. Era l’elefante nella stanza, una delle cause principali della stasi nel Paese, ma ignorata dal dibattito, come lo era il residuo fiscale abnorme, imparagonabile con qualunque altro Paese europeo occidentale, che veniva prelevato per esempio da Lombardia e Veneto. Ancora oggi la Lombardia ha un residuo fiscale a proprio svantaggio superiore ai 50 miliardi l’anno, cioè soldi dei lombardi che se ne vanno nell’idrovora centralista senza che ritornino in forma di servizi sul territorio.
Bossi prese queste istanze e le coagulò in un progetto politico iper-innovatore ma con grande realismo, perché fare politica vuole dire incidere, non fare salotto e convegni. Per questo la volontà di rispondere al mondo della produzione, alla questione settentrionale, alla messa in discussione dello Stato centralista, lo portò a scegliere il centrodestra e ad avere un rapporto privilegiato, pur nelle differenze, con Silvio Berlusconi: con il suo fiuto, istintivo e insieme più che razionale, capì quasi subito che la rivoluzione liberale era l’altra faccia della sua battaglia, la rivoluzione federale, l’ammodernamento dello Stato, la lotta alla rapina fiscale.
Erano tutte parti di una stessa grande istanza che stava diventando un grande progetto politico (che ebbe anche dei limiti e alcune volte ci ha deluso), quello del centrodestra, all’interno del quale Bossi svolse un ruolo fondamentale, con la grande intelligenza politica di pesarsi e di farsi valere sempre. La Lega ha avuto nella sua storia un’oscillazione di consensi, come tutti i partiti vivi, non quelli delle truppe cammellate: ma qualunque percentuale avesse, Bossi la spendeva tutta al tavolo del centrodestra, anche in faccia ai gattopardi di cui il centrodestra è stato ed è affollato.
La Lega ha agito come una sorta di sindacato, nel senso virtuoso, del nord, della produzione, dell’autonomismo, estendendosi anche nei rapporti di collaborazione con i movimenti autonomisti meridionali, siciliani. Bossi non ha mai fatto una battaglia etnica, ne era alieno, era un uomo libero e rivendicava libertà contro il centralismo che svantaggiava in modi diversi sia il Nord sia il Mezzogiorno.
La grande intelligenza di Bossi è stata inoltre di cogliere i cambi di stagione anche interni alla Lega, ma ha sempre deluso la bolla dei media mainstream che lo tirava per la giacchetta affinché rinnegasse, uscisse, maledisse la Lega. Era un’idea scollegata dalla realtà politica, perché Bossi era la Lega e insieme un uomo allergico al monolitismo, anche nel suo percorso personale. Con grande concretezza, è stato il primo a prendere seriamente la questione dell’immigrazione selvaggia come problema ingestibile, che va a snaturare le identità locali, nazionali, aveva visto il rischio della sostituzione di civiltà prima che diventasse un argomento mainstream. È stato il primo a sostenere che l’immigrazione andava gestita, contenuta e non subita, in nome di un realismo della convivenza, attento alle comunità, alla loro vita quotidiana.
È stato anche uno dei primi a vedere l’insostenibilità della globalizzazione, quella ideologica costruita sull’astrazione senza che il mondo concreto potesse recepirla, perché le differenze esistono: per esempio le libertà che abbiamo nello spicchio occidentale di mondo non ci sono dappertutto, e non si possono livellare, uniformare, cancellare, né lo si può fare con le storie dei popoli, le loro culture, che per Bossi erano “il” valore.
Tutto questo che abbiamo raccontato è una minima parte dell’esperienza umana di Umberto Bossi, come di quella politica: per questo forse allora valgono di più quelle due parole affettuose, ciao Senatur. Noi le diciamo oggi e le diremo domani, su Radio Libertà, riproponendovi una selezione dei suoi discorsi, dei suoi interventi che sono anche un riepilogo della storia di questa comunità, la comunità di voi ascoltatori: perché nessuno può raccontare Bossi meglio di Bossi. Per cui ci fermiamo qui: grazie Senatur.
