Femministe per il no, ma non sanno perché

· 19 Marzo 2026


Cari ascoltatori, francamente non vediamo l’ora che la campagna referendaria finisca: per un po’ è stato divertente registrare le crisi di nervi, più che il dibattito, presso il fronte del no, con tutto il crescendo di fake news, gaffe, tesi dadaiste, per esempio l’insuperato Nicola Gratteri che ha detto che voteranno Sì imputati, indagati, massoni deviati, o la pedestre, cronica accusa di fascismo, o che avrebbero votato Sì camorristi e amici dei camorristi. Salvo poi scoprire che voterà Sì Catello Maresca, il magistrato che ha arrestato il boss dei Casalesi Michele Zagaria, esempio di libero magistrato che fa il suo mestiere senza essere iscritto ad alcuna corrente.

Insomma, diciamo che a pochi giorni dal volto il muro del comico è stato abbattuto da tempo, per cui sono rimaste solo tristezza e noia quando abbiano assistito a un altro circo luogocominista woke di slogan prevedibili e ripetuti. Parliamo dell’appello femminista per il No, firmato da oltre 1.700 donne, presentato in Senato su iniziativa della senatrice Pd Valeria Valente: professioniste del mondo della giustizia, militanti politiche di partiti e partitelli del campo largo e ovviamente un nutrito drappello di vip che portano la bandiera del femminismo chic, tipo Francesca Archibugi, Francesca Comencini, Marisa Laurito, Dacia Maraini, la filosofa prezzemolina del politicamente corretto Michela Marzano, Fiorella Mannoia (mai restare senza la Mannoia, men che mai per un autorevole parere sulla riforma della giustizia).

Per fortuna mancano pochi giorni, altrimenti chissà che altro si sarebbero inventati. Intanto, gli argomenti spiegati dalla senatrice Valente, che ha presentato l’iniziativa, sono questi qua, cioè in pratica uno solo: “Una riforma che non si pone il senso del limite e vive con fastidio i limiti che la carta costituzionale ha posto, deve incontrare per forza il parere contrario delle femministe che sostengono che quando si tratta di poteri è meglio condividerli”. Una cosa da capogiro, tipo seduta di autocoscienza in un film di Nanni Moretti. Con uno sforzo estremo prova poi a sintetizzare: “Il femminismo si è sempre caratterizzato per una scelta fondamentale: il senso del limite. Senza questo limite non c’è spazio né per la relazione né per il confronto e quindi neanche per la democrazia. Guardando questa riforma emerge il tentativo di un potere di affermarsi come unico, sottraendosi ai contrappesi”.

A ben guardare, questi sarebbero dei perfetti argomenti per votare sì: esiste davvero un potere, nato nell’impalcatura costituzionale come ordine giudiziario, che ha perso ogni senso del limite, fin dal 1992, quando un pezzo di magistratura decise che il suo compito era non solo politico, ma addirittura rivoluzionario, quello di abbattere un sistema, non di perseguire dei singoli reati. Un ordine che non ha più nessun senso del limite: pensate allo sfrenato sistema delle correnti – l’ha raccontato uno dei loro stessi dominus, Luca Palamara – che fa e disfa nomine, lancia o inabissa carriere, gestisce reti di potere. Tanto che i magistrati che non sono nel sistema delle correnti o sono degli eroi come Maresca o finiscono a fare le fotocopie. Un ordine che si reputa intoccabile, che si dà le valutazioni e si promuove con il massimo dei voti professionali per il 99% dei casi, che quando deve esaminare i propri colleghi, archivia circa il 90% delle ipotesi di procedimento, non li fa neanche partire.

Di fronte a questa assenza di limiti in un ordine che si comporta come un potere, se le femministe stessero nel merito dovrebbero votare in massa Sì. Ma sappiamo che il merito non c’entra, c’entra solo applicare un’etichetta, il riflesso condizionato woke, avere la casella “femministe” riempita con il No. Per fortuna manca poco, e abbiamo chiaro che è interesse di uomini e donne, di chiunque voglia vivere in una democrazia avanzata e funzionante, votare Sì.


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