Il campione del No Woodcock: in un processo si parte colpevoli!
Giovanni Sallusti · 13 Marzo 2026
Cari ascoltatori, non bisogna perdere di vista che cosa è davvero in ballo con il referendum sulla riforma della giustizia del 22 e 23 marzo. Certo, i singoli argomenti sono importantissimi per la convivenza civile: la separazione delle carriere, spezzare il morbo delle correnti al Csm, l’Alta corte disciplinare autonoma. Però a monte di tutto questo c’è una questione culturale: quale modello di giustizia, quale filosofia del diritto, quale concezione della polis abbiamo.
E qui a spiegarcelo benissimo è un idolo del fronte del No, il magistrato Henry John Woodcock, in una intervista ad altissimo tasso di garantismo con Michele Santoro (Robespierre era indisponibile, e forse comunque troppo moderato). Woodcock, per spiegare la sua concezione di giustizia e di svolgimento del processo, ha regalato le seguenti perle: “La verità è che il vero protagonista del processo è l’imputato”. E noi che pensavamo fosse l’accertamento della verità: altrimenti potrebbe venire il sospetto che qualche magistrato faccia inchieste in base alla notorietà dell’imputato per risalto personale…Comunque, Woodcock ha continuato così, e da qui ogni parola è un macigno: “Nella mia prospettiva, e questa è sempre stata la mia idea, il processo serve a dimostrare non la colpevolezza, ma l’innocenza dell’imputato”.
Un momento: l’Italia è ancora uno stato di diritto, con tutti i suoi difetti è una democrazia liberale, non abbiamo gli ayatollah, che grazie a Dio se la stanno passando male anche in Iran. Dire che il processo serve a dimostrare l’innocenza dell’imputato è capovolgere l’architrave fondamentale di ogni civiltà giuridica occidentale, che si chiama presunzione di non colpevolezza. Eppure pochi secondi prima Woodcock aveva magnificato la Costituzione – ma ormai per lorsignori è solo un suono che usano per riconoscersi a vicenda come i buoni – che probabilmente non ricorda, perché l’Articolo 27 recita che la responsabilità penale è personale e che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Quindi col cazzo che devo dimostrare che sono innocente: io parto da innocente, ed è così perché, fra l’altro, c’è stato uno come Cesare Beccaria. Poi esiste un dibattimento dove l’accusa e il mio difensore devono essere sullo stesso piano: l’accusa non può essere, come diceva Giovanni Falcone, parente di chi giudica. Poi mi condannate in primo grado? Sono ancora innocente; mi ricondannate in Appello? E sono ancora innocente. Si va al terzo grado di giudizio, se la Cassazione mi condanna, allora è definitiva e sono colpevole.
Così ci risultava funzionasse, anche perché la presunzione di non colpevolezza innesca subordinate non secondarie, per una civiltà che si vuole liberale e dia garanzie minime agli indagati e agli imputati. Anzitutto la custodia cautelare, l’arresto prima della sentenza, deve essere un’eccezione: sappiamo che dal 1992 invece spesso è diventata la regola, ma per principio dovrebbe essere un’eccezione. Inoltre le sentenze non definitive non rendono il soggetto colpevole e in caso di dubbio sulla colpevolezza l’imputato deve essere assolto: è il principio del ragionevole dubbio, che discende per filosofia e per logica dalla presunzione di non colpevolezza.
Insomma, piaccia o no a Woodcock e a Santoro, in un processo l’imputato parte innocente ed è onere dell’accusa eventualmente dimostrare la sua colpevolezza: se per alcuni che amministrano la giustizia viene meno questa frontiera minima, che idea di giustizia hanno? È più vicina all’occidente o a Teheran? È in ballo anche questo, anzi forse soprattutto questo al referendum: quindi quando andrete a votare ricordate che un campione del fronte del No pensa che a priori vale la presunzione di colpevolezza, cioè che se varcherete la soglia in un tribunale partirete colpevoli e dovrete dimostrare la vostra innocenza. Teheran, no grazie.
