Trump piccona le follie green. Europa, prendi nota

· 11 Febbraio 2026


Cario ascoltatori, in queste ore Donald Trump sta prendendo a picconate uno degli ultimi residui ideologici dell’era Obama: il fondamentalismo green, l’eco-talebanesimo antieconomico. Lo ha annunciato la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt: “Sarà il più grande atto di deregolamentazione nella storia americana”.

“Deregolamentazione” è la regola aurea della migliore economia americana, è stata la parola d’ordine della Reaganomics, con cui Ronald Reagan risollevò la credibilità degli Stati Uniti non solo come potenza, ma soprattutto come forza economica: l’America è per definizione, per antropologia, la terra dell’impresa individuale, dello Stato che arretra, delle praterie anche fisiche aperte alla libera intrapresa.

Al contrario, Barack Obama edificò un moloch burocratico e iperdirigista con il miraggio di farla finita con i combustibili fossili e di aprire le magnifiche stagioni progressive delle rinnovabili, delle pale eoliche, dei pannelli solari (già Jimmy Carter li aveva fatti installare sulla Casa Bianca, da vero e ameno precursore).

Ebbene, il Wall Street Journal ha riportato che l’intenzione dell’amministrazione è “smontare l’architettura normativa che ha sostenuto, da Obama in poi, le politiche climatiche federali”. Già l’idea che esistano delle politiche climatiche federali in base alla quali bisogna decidere, per fare un esempio, quali automobili usare e quali no, è antiamericano e dal punto di vista trumpiano una bestemmia. Un funzionario impegnato in questo nuovo dossier avrebbe spiegato al WSJ che “la valutazione del 2009 non riflette più le priorità economiche e strategiche del Paese”; un consigliere della Casa Bianca avrebbe detto che “il carbone resta una risorsa strategica nazionale”, mettendolo in relazione con “la necessità di garantire sicurezza energetica e indipendenza industriale, in un contesto globale sempre più instabile”.

Sono anche queste le direttrici per rifare grande l’America: liberarla dalle paturnie ideologiche che la renderebbero – anzi l’hanno resa, sotto Obama – una sorta di parodia del Vecchio continente, e così consolidarla come potenza geopolitica principale.

Poi, dal punto di vista di Trump, si tratta anche di conseguire anche un altro obiettivo, come ha spiegato bene oggi Fabio Dragoni su Libero: abbattere il costo dell’energia, e “l’unico modo è aumentare l’offerta a parità di domanda. Ci sono dei dati, da questo punto di vista, inequivocabili: fatto 100 il limite massimo di energia producibile, una centrale a carbone, a gas, nucleare può arrivare a produrre tranquillamente 85, 90, 92; un pannello solare 23”.

Questi numeri rendono l’idea più di tanti trattati o delle sceneggiate ideologiche sul significato di sicurezza energetica, costi dell’energia, indipendenza industriale. E mentre Trump mette in opera tutto questo, noi speriamo che da questa parte dell’oceano qualche euroburocrate lanci lo sguardo oltre la finestrella del suo ufficetto a Bruxelles in cui decide i diametri delle nostre verdure e le rotazioni nei campi dei nostri agricoltori; e capisca che è davvero ora di farla finita con le ecopaturnie, soprattutto con la peggiore di tutte, il green deal.


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