Aska sfotte la Stampa: la assalta poi parla di “amore”
Giovanni Sallusti · 9 Febbraio 2026
Cari ascoltatori, questa mattina tocca fare un passo indietro, perché ieri abbiamo assistito a un caso eclatante di “sindrome di Stoccolma” giornalistica: La Stampa ha intervistato a tutta pagina tal Andrea Bonadonna, che è… uno dei fondatori di Askatasuna, il noto centro sociale che, fra i suoi vari attacchi squadristi, fece irruzione e vandalizzò proprio la sede del quotidiano. Evidentemente andava ricompensato, così hanno ben pensato di regalare una intervistona a uno dei suoi leader. Viene in mente quel che ha detto qualche giorno fa la procuratrice generale di Torino Lucia Musti su quella zona grigia, su quella borghesia torinese-piemontese, di cui la Stampa è testata di riferimento, che ha sempre troppo coccolato lor signori.
Insomma, Bonadonna è stato intervistato, in una bolla di surrealismo, a Bussoleno, in Val di Susa, dove gestisce un’osteria (al piano di sopra sconta gli arresti domiciliari Giorgio Rossetto, un altro dei leader storici di Askatasuna, un bel club di galantuomini). Attenti, domanda: “I maligni dicono: ci sono solo due parti felici dopo gli scontri. Il governo Meloni che ha inasprito le pene e voi. Cosa risponde?”. Ecco: “Sono convinto che la narrazione di quella giornata sia da ribaltare completamente. È stata la giornata che ha sancito la storia d’amore fra Aska, Torino e questo Paese. Una bellissima storia d’amore”.
La devastazione urbana, la guerriglia, i poliziotti a terra picchiati a martellate da dieci galantuomini, tutto questo è una “bellissima storia d’amore”. Al punto che il giornalista si sente di specificare: “Sono state botte, bombe carta e martelli…”. Ma lui, niente: “Io ho visto una città viva, che partecipava determinata e festosa. Ho visto più di 50mila persone che hanno scelto da che parte stare, hanno fatto una scelta partigiana in senso gramsciano”. E qui si odono movimenti nervosi provenire dal sepolcro di Antonio Gramsci. Per quanto riguarda i martelli, Bonadonna concede, bontà sua, e subito se ne pente: “È un episodio che non doveva succedere, così come ce ne sono stati altri in senso opposto. Sono fatti gravi, ripeto gravi, ma Torino non è mai stata avulsa dai conflitti sociali”. Torino non è stata avulsa neanche dalle Brigate rosse, ma non per questo è il caso di rinverdire quel passato.
Ancora: “Secondo la Digos, il vostro mestiere è aizzare i conflitti. Sbaglia?”. Risposta: “Il governo ha bisogno di reprimere una rabbia sociale che c’è, è forte. Su questo dovrebbero interrogarsi”. E l’agenda di questa piazza rigogliosa, pacifica e amorosa è “opporsi al governo Meloni. Difendere gli spazi sociali. Soprattutto non accettare il vittimismo e il senso di sconfitta tipico di chi piange sul latte versato”.
Come avrete notato, una serie di supercazzole indecifrabili, cui manca solo la spezia di un commento su Pucci a Sanremo. Non sono le uniche: “Come si definisce politicamente?”. “Un autonomo della sinistra extraparlamentare. Ma sono parole anacronistiche. Oggi la situazione è più complessa”. “Un cattivo maestro?”. “Di sicuro non mi considero un maestro. Ma se il potere mi considera cattivo, allora significa che ho scelto la strada giusta. Mi considero pacifico, ma non sono un bugianen, non scappo di fronte all’uso della forza. Sono un resistente”. Il co-fondatore di Ascatasuna è un resistente (dalla sua osteria in val di Susa) perché oggi, certo, c’è il fascismo: il solito cortocircuito storico.
Ultima domanda: “Ammesso che sia possibile, sareste favorevoli a ritrovare una strada di dialogo?”. “Con il quartiere il dialogo non si è mai interrotto. Con il governo della città lo abbiamo detto chiaramente: Askatasuna non sono solo quattro mura, noi rivogliamo quello spazio”. Il dialogo però “non si è interrotto” e poi il quartiere l’hanno devastato, e adesso pretenderebbero di riavere lo spazio che hanno occupato illegalmente per decenni, Bonadonna e i suoi compagni d’avventura: o così, oppure è fascismo. E tutto questo a pagina intera sul quotidiano che gli stessi di Askatasuna hanno assaltato, di sicuro un altro paragrafo della storia d’amore. Questo è lo stato allucinato del dibattito italico.
