Se questo non è tentato omicidio
Giovanni Sallusti · 3 Febbraio 2026
Cari ascoltatori, facciamo un esercizio di cronaca comparata. È interessante perché quando a cozzare sono i fatti, prima che le diverse visioni del mondo, questo è un sintomo che qualche cosa non va, che c’è un guasto nel discorso pubblico. Il primo fatto è avvenuto nel boschetto di Rogoredo, zona franca in balia della criminalità, maranza ma non solo. Durante un blitz antidroga, mentre un gruppo di poliziotti eseguiva dei controlli, si è avvicinato un uomo che ha inveito contro gli agenti e ha puntato contro uno di loro una pistola, che era caricata a salve ma era identica in tutto e per tutto a un’autentica Beretta 92.
L’agente ha rispettato il protocollo, ha detto “fermo, polizia”, ma l’altro non si è fermato e allora il poliziotto gli ha sparato. Un caso di evidente, indiscutibile legittima difesa. Ora il poliziotto è indagato per omicidio volontario, un’accusa molto pesante, con un “atto dovuto, anche a sua tutela”, dicono i falsi ingenui, se non fosse che corrisponde subito a una condanna mediatica. Si tratta di un automatismo considerato normale ma che normale non è, perché in un caso così evidente di legittima difesa gli accertamenti possono essere fatti senza iscrivere l’agente: il nuovo decreto sicurezza prevede la fine di questo meccanismo insensato.
Il secondo fatto è lo scempio che abbiamo visto a Torino nel weekend, il fotogramma che lo riassume è la decina di belve antagoniste che si accaniscono contro un poliziotto, sfilandogli l’equipaggiamento, togliendogli il casco, prendendolo a calci e pugni, a bastonate, a martellate, fino a che l’agente non riesce a divincolarsi anche grazie all’aiuto di un collega con lo scudo. Ecco, finora le ipotesi di reato su cui sta indagando la Procura di Torino sono limitate a resistenza pubblico ufficiale, e di lesioni a pubblico ufficiale e rapina per l’unico dei tre fermati che sarebbe coinvolto nell’aggressione. Di tentato omicidio, no.
Il commento migliore sta nelle parole pubblicate rilasciate al Tempo da Domenico Pianese, segretario generale del sindacato di polizia Coisp: “Gli viene sfilato il casco di protezione, quindi c’è l’intenzione di procurare danni anche vitali, potenzialmente, nei confronti di questa persona. Perché se le martellate, invece di essere sulla schiena o sul fianco, fossero andate a segno sulla testa, il collega poteva assolutamente morire. Quindi per noi la titolazione giusta del reato che andava fatta nei confronti di quei soggetti era tentato omicidio. Per parte mia non ho avuto remore a definire quello un tentativo di linciaggio, perché è soltanto casualmente che quel collega non è stato massacrato, lì sul marciapiede”.
Come si fa a contestare queste parole? Al poliziotto sono stati tolti gli strumenti che lo proteggono, testa inclusa, e poi è stato pestato, bastonato e preso a martellate. E non sarebbe tentato omicidio? Allora non sappiamo più che valore abbiano le parole e la logica.
Dicevano dei fatti che cozzano: c’è un poliziotto indagato per omicidio volontario per essersi difeso a Rogoredo, e al momento nessun indagato per tentato omicidio per l’aggressione al poliziotto di Torino. Un evidente contrasto che va oltre la tenuta formale degli atti, coperto da argomentazioni azzeccagarbugliesche: come disse Cicerone, “summum ius, summa iniuria”. C’è evidentemente un guasto nel discorso pubblico e, sì, anche nell’impianto legislativo.
