Contrordinen! tedeschi già via dalla Groenlandia
Giovanni Sallusti · 19 Gennaio 2026
Cari ascoltatori, le notizie dalla Groenlandia di oggi portano con sé anche un punto di comicità intrinseca, un aspetto così divertente da esondare nel grottesco: l’eroica spedizione Sturmtruppen per intimorire Donald Trump e la postura americana sulla Groenlandia è durata… due giorni. Anzi, un po’ meno, 44 ore. Dopo di che alla quindicina di soldati tedeschi (meno di una classe di liceo) spediti in Groenlandia nel contesto dell’operazione europea che – almeno secondo i media mainstream – doveva mostrare i muscoli, è stato detto di fare dietrofront. Va detto che i tedeschi in realtà sono stati più lucidi di altre nazioni europee che per ora insistono: a ruota dei dazi che Trump ha minacciato nei confronti dei paesi che avevano assunto questa iniziativa, Friedrich Merz ha alzato il telefono e ha detto, ragazzi si torna a casa. Secondo la Bild sono stati cancellati in fretta e furia tutti gli appuntamenti e il programma di attività che questo “contingente” avrebbe avuto, fonti governative invece sostengono che l’esplorazione è stata completata come previsto e i risultati saranno ora analizzati in Germania, non sappiamo in 44 ore quali successi potrà aver conseguito.
La verità è che aveva ragionissima il ministro della difesa Guido Crosetto, che aveva definito la spedizione di questi Paesi europei – oltre alla Germania, Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Gran Bretagna e Olanda – l’inizio di una barzelletta: ci sono uno svedese, un francese e un tedesco che vanno al circolo polare per intimorire gli Stati Uniti, il tedesco dopo due giorni torna a casa. Questo è lo stato dell’arte sul versante europeo e sarebbe obiettivamente divertente, se non fosse che la geopolitica non è un fumetto di Bonvi: il lato serio della questione è che la Groenlandia è uno spicchio non irrilevante della partita globale. Non solo è in gioco il controllo delle risorse, delle terre rare sempre più importanti nel confronto tecnologico con la Cina, ma anche la difesa dell’emisfero occidentale, la sicurezza nazionale degli Usa rispetto all’espansionismo russo nell’Artico.
Questo tema però sembra non turbare i presunti antiputiniani di maniera che lo sono solo sulle steppe del Donbass, mentre della partita globale non capiscono nulla, men che meno che per gli stessi motivi (più la Cina, che si affaccia alla grande con i rompighiccio) dovrebbero tifare per la presenza americana in Groenlandia. A proposito, a riprova che non è una mattana di Trump, un ripasso di storia potrebbe giovare: durante la Seconda guerra mondiale, quando la Germania nazista occupò la Danimarca gli Stati Uniti invasero la Groenlandia, che al tempo era ancora una colonia danese, e stabilirono stazioni militari e radiofoniche in tutto il territorio: fu un’operazione nell’interesse del mondo libero.
E comunque l’attenzione americana alla Groenlandia è insita nella storia del Paese: nel 1867, dopo aver acquistato l’Alaska dalla Russia, il segretario di Stato William H. Seward esplorò l’acquisto della Groenlandia dalla Danimarca. Poi non si arrivò a un accordo, ma si tennero negoziazioni effettive. Nel 1946 gli Stati Uniti, potenza vincitrice della guerra e garante del mondo libero, ci riprovarono e offrirono 100 milioni di dollari, equivalente a un paio di miliardi di oggi: presidente era il democratico Harry Truman, non un estremista maga con la bandana dell’Alabama. Truman aveva la stessa idea che ha oggi Trump: fatta salva la differenza di scenari, aveva capito che l’importanza strategica della Groenlandia per gli Stati Uniti è costante nel tempo. Più di recente, Bill Clinton riconobbe l’Artico come regione di rilevanza strategica, George W. Bush mise in relazione lo scioglimento dei ghiacci con l’accesso alle risorse energetiche e sottolineò la necessità di garantire una solida presenza militare americana, maggiore a quella odierna. Perfino Barack Obama ribadì la centralità della regione polare per la sicurezza nazionale americana: presidenti diversissimi, in epoche diversissime, con agende diversissime, hanno avuto lo stesso convincimento: la Groenlandia è strategica per l’America e per il mondo libero, e come ha detto il segretario al Tesoro Scott Bessent, oggi l’America proietta forza, l’Europa proietta debolezza.
Questa è la grande partita dell’Artico, che non vuol dire essere supini a priori a qualunque politica di Trump, ma essere realisti. La spedizione era una barzelletta, l’hanno dimostrato gli Sturmtruppen che hanno girato i tacchi dopo 44 ore. Nell’Artico le alternative dell’America sono di gran lunga peggio dell’America, vi piacerebbero la Russia e Cina? Ma è una partita che va giocata con lucidità, dentro la Nato, dentro l’Occidente.
