“Parlando liberaMente” con Fiamma Nirenstein: Vi spiego perché Trump andrà fino in fondo
Giovanni Sallusti · 17 Gennaio 2026
Questa settimana, a “Parlando liberaMente”, la nostra intervista settimanale con i protagonisti della politica, dell’attualità, del giornalismo, Giovanni Sallusti discute dell’attualità politica e internazionale – a partire da quello che sta succedendo in queste ore in Iran – con Fiamma Nirenstein, scrittrice, editorialista de Il Giornale e Senior Fellow del Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs.
“La sensazione è che Trump non abbandonerà il campo. Lui non desidera che il suo retaggio venga identificato con quello di Barack Obama, che nel 2009 annunciò che non sarebbe mai intervenuto in Iran, dimostrando di essere un presidente debole e pauroso. Ne andrebbe della sua reputazione e della sua forza internazionale: se lasci l’Iran, non puoi pensare di disegnarti come un facitore di pace. E poi farebbe un favore troppo grosso alla Cina. Trump, che ama confondere le acque, non è tanto convinto che Reza Ciro Pahlavi possa ricevere consenso in patria nel caso in cui salisse al trono dopo la fine di Ali Khamenei. Tra l’altro non si può neanche escludere un tentativo da parte delle guardie della rivoluzione di assumere tutto il potere e, in questo caso, le conseguenze potrebbero addirittura essere peggiori rispetto a quello che è accaduto fino adesso”.
“Dopo che è esplosa questa magnifica e coraggiosissima rivoluzione del popolo iraniano contro il regime degli ayatollah, Donald Trump ha lanciato per tre volte un avviso in cui affermava che, se le guardie della rivoluzione avrebbero commesso altre stragi contro la popolazione uccisa, maltrattata e perseguitata, sarebbe intervenuto. Questa azione sembrava imminente, ma poi il presidente Usa ha fatto una sorta di marcia indietro a seguito delle notizie secondo le quali le milizie armate avevano smesso di sparare ed erano state sospese le esecuzioni per i prigionieri nelle carceri iraniane. Secondo Trump, in questo momento, si sono leggermente riaperte delle porte al colloquio. È probabile, tuttavia, che si tratti di uno stop and go per vedere come andranno”.
“Senz’altro Trump è stato il migliore amico di Israele fin dai tempi di Biden, quando già cercava di convincere lo Stato ebraico a combattere una guerra sacrosanta: se non fosse stata affrontata, gli Hezbollah si sarebbero uniti a Hamas e, in un sandwich post 7 ottobre, Israele sarebbe stato realmente distrutto. Grazie alle armi di Trump abbiamo invece potuto condurre quella battaglia, da cui oggi finalmente vediamo anche la crisi iraniana, il cui prodromo è stato la guerra dei 12 giorni, del giugno 2025, in cui il capo della Casa Bianca e Netanyahu distrussero vari siti nucleari. Senza quell’operazione, oggi staremmo tutti a tremare sulla possibilità che l’Iran lanci una bomba atomica”.
“In questi giorni è stato scritto che per una volta sia stato Benjamin Netanyahu a frenare Trump perché Israele non sarebbe ancora pronto alla mega offensiva missilistica, ma mi sembrano tutte sciocchezze. Dubito fortemente che il premier israeliano freni su quello che è stato da sempre l’obiettivo della sua vita, testimoniato da un lavoro ventennale. Credo semmai che, tra loro due, si sia instaurato uno stretto lavoro di coordinamento. Anche perché Netanyahu ha necessità di essere pronto a questo tipo di evento. Quando arriverà la grande nave portaerei americana ‘Lincoln’, che sta giungendo dal Mar di Cina fino al Golfo Persico, l’attacco all’Iran potrà essere efficace. L’aviazione di Israele deve essere preparata a ogni evenienza: farsi prendere adesso dalla stizza potrebbe essere dannoso per tutto il Medio Oriente”.
