L’altra Salis rilancia: no presepe, sì Babbo Natale inclusivo
Giovanni Sallusti · 28 Novembre 2025
Cari ascoltatori, la gara delle due Salis è appassionante, un continuo rilancio di amenità sesquipedali: ieri abbiamo raccontato l’impresa di Ilaria Salis che a Strasburgo ha descritto gli scafisti come gente fra Uber e dei benefattori, che offrono un servizio a pagamento per chi vuole attraversare dei confini chiusi.
Oggi è toccato a Silvia Salis, neosindaca di Genova che il mainstream sta vendendo come il nuovo volto moderato del centrosinistra. Quest’anima equilibrata ha deciso di cancellare il presepe, e con una tale urgenza da essere uno dei suoi primi provvedimenti: quest’anno a Palazzo Tursi, sede del Comune, non verrà allestito il tradizionale presepe a opera delle associazioni dei vari quartieri della città che si alternavano, come era sempre accaduto.
A spiegare perché è stata, sembra ironia, l’assessora comunale alle Tradizioni, la pentastellata Tiziana Beghin: “Quest’anno a Palazzo Tursi non sarà allestito il presepe, ma dovrebbe essere sostituito da un più inclusivo villaggio di Babbo Natale”. Esatto, ha detto inclusivo.
Non è banale. Natale è una parola che nel prossimo mese sentiremo ogni minuto, ma ci ricordiamo che cosa vuol dire? Che cosa indica? Il termine Natale deriva dal latino natus, nato: e che sia nato qualcuno a Natale è una realtà che non possiamo scacciare, una presenza materiale nel mondo che ha preso le sembianze di un bambino. Un bambino così importante che contiamo gli anni partendo dal giorno della sua nascita, cosa che il relativismo woke non è ancora riuscita a toccare. È nato Gesù Cristo e, per quanto negli ultimi anni sia stato tentato, questo evento è impossibile da riverniciare ed edulcorare, o derubricare a festa inclusiva, come vuole la neo giunta di Genova. Festa dell’inverno, festa delle feste, metafesta senza un perché in cui ci si rimpinza in compagnia.
Mettere le mani sul presepe non va bene, perché la nascita di Gesù Cristo è un evento chiave che ha spaccato in due la storia, rappresenta la genesi di una parte fondamentale della nostra civiltà, con quell’idea rivoluzionaria che ogni persona abbia una dignità intrinseca, al di là della condizione sociale, di potere, economica, di sesso. La persona ha una dignità in quanto tale, la vita è sacra e intangibile. Questo ha cambiato tutto. Da qui parte l’afflato di amare anzitutto il prossimo, chi è vicino, cosa ben diversa dalle astratte ideologie umanitarie. Quel bambino ha perfino introdotto la laicità, quando da grande ha insegnato a dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio: e, ancora, tutto questo non ha niente a che fare con il laicismo ideologico che va per la maggiore nell’intellighenzia nostrana.
Insomma, il presepe ci ricorda l’essenza etimologica, storica, culturale, filosofica della nostra civiltà, che va al di là della religione, anche se il Cristianesimo ne è stato un elemento fondante: che cosa sarebbero l’arte, la letteratura, tutte le altre manifestazioni creative del mondo che conosciamo, se fossero spogliate da quel momento? E quel momento è rappresentato nel presepe che racconta quella nascita.
A dominare ora è l’ossessione inclusivista, la faccia più o meno elegante, chic, salisiana dell’oicofobia di cui parlava Roger Scruton, cioè la vergogna e l’odio di sé, della propria tradizione, della propria casa, della propria storia, della propria cultura. Per salvaguardare tutto questo, invece, quella capanna è importantissima, ci piaccia o no; se volete anche per prenderne le distanze, ma la sua centralità è inaggirabile.
E se l’assessore di Genova alle Tradizioni non lo sa, glielo diciamo noi: quella capanna dove è nato quel bambino è un evento fondamentale: fare la guerra al presepe è solo un’amenità salisiana, e l’unica cosa che indica è quanto la nuova sindaca sia moderata.
