Hamas, vi troviamo sempre. Firmato Israele (e Trump)
Giovanni Sallusti · 9 Settembre 2025
Cari ascoltatori, la notizia di oggi è l’ennesimo “game changer”, cioè punto di svolta, nel calderone mediorientale, l’operazione “Giorno del giudizio”: l’aviazione israeliana ha bombardato un palazzo in Qatar che era in realtà un covo della gerarchia sopravvissuta di Hamas – quelli che tirano le fila del terrorismo antiebraico da un esilio dorato – e ne hanno eliminato la residua leadership, come ha confermato l’emittente saudita Al Arabiya. Sarebbero morti quattro leader fondamentali, Khalil al-Hayya, Zaher Jabarin, Nizar Awdallah e anche Khaled Mashaal, il referente politico-organizzativo dopo l’uccisione di Sinwar.
È seguita la solita guerra d’informazione: i media palestinesi affermano che i capi si sono salvati e le vittime sono altri, ma sappiamo che avviene sempre così: Hezbollah negò l’uccisione di Nasrallah per giorni. Per questo quindi tendiamo a credere ai sauditi, che non sono esattamente al servizio dello Stato degli ebrei. Con quest’operazione e la morte delle vere figure chiave del macello del 7 ottobre, Israele ha completato la decapitazione della banda nazi-islamica .
È un’ottima notizia per qualunque uomo libero, e il senso di quello che è successo, a nostro giudizio, è da rintracciare sull’asse Washington-Tel Aviv. Qualche giorno fa Donald Trump ha comunicato che Israele ha accettato il suo piano di accordo e quindi il cerino è passato in mano ad Hamas. Trump ha detto: “È l’ultima chiamata per Hamas, gli conviene accettare, altrimenti ci saranno conseguenze”.
Il piano prevedeva la restituzione immediata di tutti gli ostaggi, vivi o morti, tutti insieme, e la conseguente cessazione delle operazioni di Israele a Gaza, e l’inizio di una trattativa previa smilitarizzazione delle bande terroriste, ipotesi confermata a Radio Libertà dall’ambasciatore israeliano Jonathan Peled. Quindi con l’esplicito benestare di Israele. Hamas come al solito ha temporeggiato, poi ha detto che tutti gli ostaggi nello stesso momento che non si possono restituire, praticamente un’irrisione, cui ha fatto seguire l’attentato di Gerusalemme di ieri che ha causato sei morti, rivendicato come azione eroica.
La comunicazione di Israele è stata la seguente: “Oggi a mezzogiorno, alla luce di un’opportunità operativa e dopo consultazioni con tutti i vertici del sistema di sicurezza, il premier Netanyahu e il ministro della Difesa Katz hanno deciso di attuare l’istruzione data ieri sera, dopo l’attentato a Gerusalemme. Lo Shin Bet e l’Idf hanno eseguito l’operazione a Doha in modo preciso ed efficace”. C’è quindi un nesso esplicito fra l’operazione a Doha e l’attentato. Il risultato è stato materialmente e simbolicamente devastante: il messaggio è che nessun capo del terrore è al sicuro da nessuna parte, neanche negli uffici dorati del Qatar, nell’esilio presso i loro protettori.
Poi c’è un risultato indiretto ma chiaro, per Trump e per gli Stati Uniti: fonti israeliane hanno detto che c’è stato un benestare americano all’operazione, anche se ovviamente Netanyahu ne ha avocato la responsabilità interamente a Israele. In questi casi tra Israele e Stati Uniti c’è sempre una condivisione di informazioni, un coordinamento. È la dimostrazione le minacce di Trump non erano flatus voci, non erano estemporanei post su Truth: Hamas non ha accettato un accordo, anzi ha alzato la posta, e le conseguenze cui si riferiva Trump sono arrivate.
Ed è un messaggio indiretto, ma evidente per chi sa leggere, anche a Vladimir Putin e a quell’asse antioccidentale che si è visto a Pechino: grande parata militare, grande retorica, ma in Qatar è successo qualcosa dopo le parole di Trump. È un messaggio per tutte le canaglie globali.
