Giustificare la violenza è il vero “campo largo” di sinistra
Marco Tognini · 19 Febbraio 2026
Nella nostra nuova rubrica “Sic et non”, Marco Tognini presenta e analizza i temi politici della settimana, nazionali e internazionali: fra questi, Tognini analizza il filo rosso che tiene sempre più uniti gli antagonisti, la sinistra istituzionale e l’islam radicale, visti soprattutto i fatti accaduti negli ultimi giorni. La notizia principale riguarda l’assassinio del giovane Quentin Deranque, 23 anni, studente di matematica, militante identitario. Il ministro francese della Giustizia, Gérald Darmanin, ha parlato senza ambiguità di estrema sinistra che uccide e ha denunciato una certa compiacenza del partito La France Insoumise verso la violenza politica.
E pensare che è stato proprio Jean-Luc Mélenchon a tracciare una narrazione secondo la quale, invece, sarebbe stata proprio la sinistra radicale a essere attaccata. In ogni caso il problema resta politico e ideologico. Se un giovane muore dopo un’aggressione riconducibile ad ambienti antagonisti e la risposta della principale forza della sinistra radicale è sostenere di essere essa stessa vittima, non si tratta più di semplice difesa, bensì di un ribaltamento della verità e quindi diventa un giustificazionismo insostenibile, molto tetro.
Secondo la ricostruzione del Collective Némesis – ovvero le femministe identitarie che stavano manifestando contro la saldatura del mondo islamico con quello di sinistra – tra i nomi circolati quali responsabili della morte dello studente ci sarebbe Jacques-Elie Favrot, assistente parlamentare del deputato Raphael Arnault. Ma sono le parole del professor Fabrice Balanche a chiarire qual è il vero clima che si respira all’Università di Lione: “Quentin è morto perché si opponeva al progetto di distruzione de facto dell’università portato avanti dal mondo antagonista”. Occupazioni, pressioni, campagne di intimidazione contro docenti considerati non allineati, contestazioni sistematiche di conferenze e interventi pubblici. Lo abbiamo visto anche in Italia già da anni, da tempo, nei dibattiti delle università certe persone sembrano non avere più il diritto di parola.
Ed è proprio in Italia che s’inserisce il dibattito sull’unione tra la violenza antagonista e l’islamismo estremista, nel nome di Hannoun e dell’imam di Torino. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, a una domanda posta da Gabriele Barberis de il Giornale sul fatto se esistano altri focolai pericolosi per la sicurezza nazionale, ha risposto in questo modo: “La saldatura tra queste due forme di illegalità e di violenza si fonda già adesso sull’unico obiettivo di contrapporsi ai valori consolidati della nostra società. Questo obiettivo si proietta anche su altri versanti, più in generale su ogni forma di modernizzazione del Paese. Gli ambienti dai cui provengono i gruppi che agiscono sono quasi sempre gli stessi. Vanno contrastati con fermezza. L’indulgenza di qualcuno che tende a giustificarli, se non ad assolverli, è spesso ammantata da un pericoloso pregiudizio ideologico”.
