Egitto-Iran partita pride: autogol woke ai mondiali
Giovanni Sallusti · 26 Giugno 2026
Cari ascoltatori, siete pronti al grande cortocircuito woke, all’autogol del politicamente corretto? Non è una metafora calcistica a caso, perché andrà in scena ai mondiali di calcio alle 5 del mattino (ora nostra) di sabato a Seattle: il 27 giugno è la data della cosiddetta “rivolta di Stonewall” del 1969, inizio simbolico del movimento Pride negli Stati Uniti, per cui l’amministrazione ultra liberal di Seattle aveva da lungi deciso che il match di quel giorno sarebbe stata la partita dell’orgoglio Pride.
Solo che poi il calendario del Mondiale ha fatto uno scherzo, ed è capitata Egitto-Iran: incredibilmente le federazioni calcistiche dei due Paesi hanno trovato da ridire, per usare un eufemismo non erano entusiaste che le loro squadre si inserissero in un evento che esaltava i diritti Lgbtq, perché stranamente non in tutte le culture esiste la stessa sacrosanta attenzione ai diritti individuali e soprattutto al diritto di non essere discriminati per le proprie scelte sessuali.
Le due federazioni quindi hanno chiesto alla Fifa che durante la partita ogni riferimento al Pride fosse vietato. Al che la Fifa ha cercato una forma di mediazione: il presidente Gianni Infantino ha precisato che non era prevista nessuna ‘partita del Pride’, che è stata un’iniziativa dell’amministrazione di Seattle e la Fifa non c’entra, ma “chiunque è il benvenuto con qualunque bandiera, anche quella arcobaleno, che rappresenti l’orientamento sessuale e l’identità di genere”. Alla fine è stato trovato un compromesso: all’interno dello stadio non ci saranno celebrazioni né rivendicazioni pubbliche del Pride, ma i tifosi che vorranno portare simboli e bandiere nell’impianto potranno farlo. Uno spettacolare avvitamento del politicamente corretto.
Come tutti sanno, In Egitto e in Iran gli omosessuali non se la passano benissimo. In Egitto non è formalmente reato essere gay, ma esiste un sistema di orpelli legislativi che fanno da sponda a una discriminazione sistematica di fatto, tra cui la famosa legge sulla depravazione, formulata in modo volutamente ambiguo per farvi rientrare l’omosessualità: prevede una pena fino a 17 anni di carcere, anche con lavori forzati.
Sulla condizione degli omosessuali nella Repubblica islamica dell’Iran potremmo andare avanti a parlare fino alle 5 di mattino, quando inizia la partita. Basta ricordare le immagini tragiche degli omosessuali impiccati in pubblico, torturati, seviziati, perseguitati perché reputati esseri umani di serie b, in base alla sharia. E questi due Paesi, secondo la geniale amministrazione democratica di Seattle, stanotte avrebbero dovuto giocare la partita del Pride! Disfatta colossale, una goleada nella propria porta dell’ideologia woke.