Torna Giuseppe Berto, genio odiato dai comunisti

· 31 Maggio 2026


In questa puntata di “Alta Tiratura”, Alessandro Gnocchi racconta la figura di Giuseppe Berto, uno dei massimi scrittori del Novecento dalla tormentata vita personale, politica ed editoriale, le cui opere, dopo un lungo peregrinare fra editori, al Salone di Torino hanno trovato casa presso la casa editrice “Sette Colori”, che si è aggiudicata i diritti: in Italia lo scrittore aveva fatto una lunga trafila: prima Longanesi, poi Rizzoli, il lungo periodo di Rusconi, di nuovo Rizzoli e infine, per l’appunto, la “Sette Colori”.

Berto è stato sempre inseguito da un piccolo difetto, però imperdonabile agli occhi della cultura italiana: non era comunista. Nato fascista, ebbe un brusco risveglio dalle illusioni durante la guerra in Libia dopo che era andato a combattere in Africa, quando si rese conto che Mussolini badava solo alla propaganda e prese atto della svolta razzista sulla scia di Hitler. A Camp Hereford, in Texas, dove venne deportato perché si rifiutò di collaborare con gli Alleati, inizierà a scrivere i suoi romanzi, che saranno di successo uno più dell’altro.

Il primo – “Il cielo è rosso” – è ambientato nella Treviso bombardata e rasa al suolo dagli Alleati. Poi, il suo capolavoro, “Il male oscuro”: Berto racconta in modo tragicomico il suo viaggio attraverso la depressione, gli attacchi di panico, l’ansia. Il contesto è la vita grama che facevano i giovani sceneggiatori a Cinecittà: la descrizione del sottobosco cinematografico romano e di questi maneggioni che s’improvvisano produttori è tra le più divertenti mai lette. Ma il vero salto di qualità avviene attraverso lo stile: frasi lunghe varie pagine senza punti fermi, dove l’unico segno di punteggiatura è la virgola. La loro bellezza sta nel fatto che ciò nonostante sono perfettamente leggibili e costituiscono un tipo di soluzione d’avanguardia che non esclude il pubblico: Berto possedeva un talento naturale per il ritmo delle frasi e quindi prendeva per mano il lettore dall’inizio alla fine senza soluzione di continuità.

Era abitudine degli intellettuali italiani prendersela con Berto, per il semplice fatto che aveva abbandonato il fascismo, ma non per questo voleva appartenere all’antifascismo dei comunisti: si definì “afascista” in “Modesta proposta per prevenire”, uno dei pamphlet più originali degli anni ’70, e parlò esplicitamente del suo rapporto con il fascismo in “Guerra in camicia nera”. Questi due fatti bastarono per metterlo fuori da quelli che all’epoca erano i “buoni” salotti letterari. Fu però il pubblico ad accorgersi subito che si trattava di un grande scrittore, e lo mandarono dritto in classifica. Gli intellettuali italiani, al contrario, lo bollarono come un tentativo ridicolo di avanguardia; ma in realtà la loro stroncatura veniva solo da quella ostilità politica di cui sopra.

Poi accadde che questi benpensanti non fecero i conti con una questione inaspettata. L’idolo di chi odiava Berto era Carlo Emilio Gadda – uno scrittore sperimentale, avanguardistico, che sapeva giocare con tutti i registri della lingua italiana – il quale, invitato alla radio a parlare del libro da lui più amato, citò proprio “Il male oscuro” di Giuseppe Berto, affermando che si trattava di un capolavoro assoluto. Spiazzò completamente lo stesso mondo romano che riteneva Gadda un dio in terra. La prossima estate usciranno dei reportage di viaggio mai raccolti in volume e poi inizierà la pubblicazione delle opere di Berto, finalmente in una sola casa editoriale e con una bella collana dedicata.


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