Così Scruton svelò l’odio di sé dell’Occidente (e si giocò la carriera)
Alessandro Gnocchi · 10 Maggio 2026
In questa puntata di “Alta tiratura”, Alessandro Gnocchi parla di “Fools, Frauds and Firebrands: Thinkers of the New Left”, il libro più importante del filosofo Roger Scruton, autore del “Manifesto dei conservatori”: titolo che peraltro è stato inventato da uno dei redattori dell’editore Cortina, Simone Paliaga. Il titolo si può tradurre con “Sciocchi, Imbroglioni e Adulatori”: il libro che costò la carriera accademica a Scruton verrà portato al prossimo Salone del Libro di Torino, ripubblicato dall’editore Giubilei Regnani.
Scruton fa a pezzi gli idoli della sinistra decostruttivista, soprattutto di quella corrente del neomarxismo secondo cui il linguaggio è uno strumento del potere e quindi va smontato e decostruito. Il tutto è la base di quello che noi chiamiamo politicamente corretto, che ha aperto la strada battaglie tipo Black Lives Matter e altri fenomeni del genere. Del resto la cancel culture deriva direttamente da questo pensiero: una figura eroica come Cristoforo Colombo, che ha scoperto l’America, è stato etichettato come colonialista perché – per colpa sua – sono stati spazzati via i nativi americani. David Hume, uno dei padri dell’illuminismo, è stato accusato di essere razzista e colonialista perché nei suoi scritti utilizzava termini che oggi non sarebbero ammessi nel galateo del politicamente corretto.
Scruton compie quindi il seguente ragionamento: i decostruttivisti stanno sostituendo la realtà con un mare di parole che non ha alcun senso. Prima o poi la realtà verrà a bussare alla porta e mostrerà che le battaglie che loro hanno combattuto in nome dell’inclusione ottengono regolarmente l’effetto opposto, cioè diventano censura. Scruton mostra anche le assurdità del socialismo propugnato dalla New Left – la nuova sinistra – un movimento che affonda le radici prima della Seconda guerra mondiale, ma poi demerge fra il 1950 e il 1960 in America. Il filosofo britannico critica sia il socialismo marxista, sia il socialismo attuale che deriva da un’uguaglianza prodotta dalle rivendicazioni di classi sociali o di generi sessuali repressi dal maschio bianco eterosessuale e capitalista. Anche in questo caso Scruton smonta questo modo di vedere e invita a contestualizzare le parole e le idee nel periodo storico che le ha prodotte, nonché a rivedere e a riconsiderare gli aspetti negativi della nostra storia, senza cancellarla.
Ma il cuore della riflessione di Scruton risiede nella celebre espressione “oicofobia”, ovvero la paura che si ha della propria cultura e della propria civiltà: dunque, con questo modo di giudicare la nostra storia, alla fine otterremo che la nostra storia verrà completamente colpevolizzata, con i giovani che cresceranno con l’idea che è tutto da buttare, da odiare e da cancellare. La sua tesi è infatti diametralmente opposta: noi, attraverso il travaglio di secoli di lotte, scontri fratricide, guerre sanguinose, siamo comunque arrivati a costruire una società che almeno garantisce la libertà di espressione e molti altri diritti che invece i regimi socialisti negano completamente.
Il libro uscì negli anni Ottanta – momento di massimo successo della corrente decostruttivista – ed ebbe un tale successo che Scruton, che insegnava in varie università del Regno Unito, si trovò costretto a abbandonare la via accademica perché capì di essere diventato uno cui non bisogna parlare né proporre convegni. Però questo fatto, paradossalmente, diventerà anche la sua fortuna, perché perderà completamente ogni tentazione di scrivere difficile, trasformandosi in scrittore estremamente popolare, fino ad arrivare al “Manifesto dei conservatori”, la sua opera più famosa in Italia.