In un giorno il peggio e il meglio di Trump
Giovanni Sallusti · 13 Aprile 2026
Cari ascoltatori, in un giorno abbiamo visto il peggio e il meglio di Donald Trump, l’alfa e l’omega della narrazione e anche della postura politica di un personaggio allergico alle sfumature, così come al ‘non detto’, e anche di più ai bizantinismi. Il peggio sta ovviamente nell’attacco scomposto, indifendibile, che il presidente americano ha rivolto a Papa Leone XIV, definendolo un debole, che non capisce nulla di politica estera, uno che è stato messo lì solo perché è americano. Un attacco molto pesante che può avere delle spiegazioni – non delle giustificazioni – nel retrobottega della politica internazionale.
Papa Leone fa il Papa e ha agito come Wojtyla rispetto alle guerre di Bush, ha difeso la sacra intangibilità della pace sotto il profilo evangelico rispetto alle iniziative di Trump. Nulla da eccepire, se non che non abbiano finora udito parole chiare sulla orrenda repressione condotta dal regime degli ayatollah, che nutre la piovra terrorista in Libano e che nella stessa Palestina macella soprattutto i cristiani; né abbiamo ancora udito parole sulla natura del regime cinese, sulla sua abitudine di perseguitare i cristiani. Sarà l’influsso permanente del cardinale Parolin, l’architetto del disgelo verso Pechino…
Tutte queste considerazioni geopolitiche stanno però sullo sfondo: rimane il fatto che quell’intemerata Trump non doveva farla, per di più accompagnandola con quel post grottesco in cui il presidente è vestito da Papa, addirittura con rimandi cristologici, intento a guarire un uomo. È una cosa che non si fa, non solo per una questione formale, che a quei livelli è pure molto importante, ma anche nella sostanza: non si attacca il capo della Chiesa, il vicario di Cristo in terra, se in testa all’agenda politica c’è la difesa proprio di quell’identità, cosa che nelle azioni Trump persegue: anche se nessuno lo riconosce, è l’unico contrasta la caccia al cristiano in molte zone dell’Africa, Nigeria in primis. Chi rappresenta tutto questo non può attaccare in quel modo il Papa.
Dall’altro lato, nelle ultime ore è stato battuto un colpo di trumpismo nel senso migliore. Parliamo del negoziato-non negoziato con la Repubblica Islamica degli ayatollah, perché un regime che ha la missione escatologica di esportare l’apocalisse islamica e che urla morte all’America, morte a Israele, è difficile che si sieda seriamente al tavolo dei negoziati, come già spiegava Henry Kissinger. Ebbene, preso atto dell’impossibilità di una trattativa, gli Stati Uniti hanno imposto all’Iran il blocco navale dello stretto di Hormuz, ribaltando le carte in tavola, girando contro i pasdaran la loro strategia: un provvedimento specifico, ben mirato, invece di scatenare un’apocalisse. Il blocco riguarderà tutte le navi che entrano ed escono dai porti iraniani, causando perdite giornaliere alle esportazioni iraniane di circa 435 milioni di dollari, infliggendo così un colpo mortale a un sistema economico già in chiara difficoltà.
Il blocco interromperà anche le importazioni, provocando carenze energetiche e alimentari, e rischia di accelerare il collasso del riyal, la moneta iraniana che era già ai minimi storici, uno dei motivi che ha causato la sollevazione popolare di gennaio. In meno di due settimane l’Iran potrebbe essere costretto a fermare la produzione di petrolio per eccesso di scorte. In pratica, un colpo al cuore energetico e strategico della Repubblica islamica, quella che, con ragione, Trump afferma non possa avere l’arma nucleare. Non dimentichiamo che fra gli obiettivi di un’arma nucleare in mano a uno Stato terrorista ci sarebbe sicuramente anche San Pietro…
Questa mossa di Trump dà anche un colpo alla Cina, che dipende dal transito via Hormuz per circa il 45% delle sue importazioni di petrolio. Quindi col cavolo che la Cina è il regista del negoziato e ha messo Trump nell’angolo: con questo blocco avviene l’opposto, si crea un altro problema alla Cina, dopo averle tolto l’arteria energetica del Venezuela.
Grazie a questa iniziativa, in un colpo solo possiamo sperare che si creino le condizioni perché collassi uno dei più orrendi totalitarismi del mondo, e che si metta in difficoltà il vertice dell’asse delle autocrazie, la Cina comunista. In un giorno solo, il peggio di Trump e il meglio di Trump: sicuramente non è un presidente che fa annoiare.
