Niente mondiali, la situazione è Gravina: ora se ne vada

· 1 Aprile 2026


Cari ascoltatori, la parola che nei giorni seguenti alla sconfitta del Sì al referendum ha dominato la politica, i titoli dei giornali, le urla dell’opposizione, e infine ha anche indirizzato le azioni del governo, è stata “dimissioni”: quelle opportune dell’ex capo di gabinetto Bartolozzi, quelle inevitabili del sottosegretario Del Mastro, quelle non più procrastinabili della ministra Santanché. Secondo la stampa mainstream, che sta provando a sguazzare nella prima crepa politica del governo, le dimissioni dovrebbero continuare con altri non ben precisati, ma per fortuna Palazzo Chigi ha voltato pagina e sta reagendo alla sconfitta, rilanciando sull’azione e sui contenuti e tralasciando questi psicodrammi.

In un Paese in cui si parla di dimissioni, che sia opportuno o che sia a casaccio, essere Gabriele Gravina dev’essere interessante. Il presidente della Federazione italiana gioco calcio da ieri sera è l’elefante nella stanza: non si può dire che non c’entri nulla con la mancata qualificazione ai Mondiali di calcio, la terza consecutiva, una cosa che coinvolge il morale, il costume e anche un pezzo importante dell’economia del Paese. Gravina è presidente della Figc dal 22 ottobre 2018, quando già eravamo rimasti fuori dai Mondiali in Russia. La sua gestione non sembra aver rappresentato una svolta efficacissima, visto che ne abbiamo persi altre due di seguito: in Qatar, dopo lo spareggio con la temibile Macedonia, e ieri sera sconfitti dall’altrettanto ingiocabile Bosnia.

Ora, non ci perderemo tentando analisi tecniche e giudizi arbitrari. Però, secondo logica, ora le dimissioni di Gravina dovrebbero essere sul tavolo, anzitutto per questioni di merito: l’unico vero caso in cui sono auspicabili, auto evidenti, inaggirabili, è quando si è di fronte a una indiscutibile serie di fallimenti. Quando l’obiettivo principale di una gestione viene mancato in serie, le dimissioni di chi gestisce dovrebbero essere la presa d’atto della realtà.

Noi non ce l’abbiamo con Gabriele Gavina, non lo conosciamo e non ci interessano le cordate o gli incroci politici che l’hanno portato ai vertici della Figc, stiamo solo ponendo un problema di elementare senso comune. L’Italia è uno dei Paesi che hanno fatto la storia del calcio, e la Macedonia e la Bosnia non sono il Brasile di Pelè e l’Olanda di Cruyff; dopo la prima disfatta non è cambiato nulla, c’è stato un giro di allenatori più o meno alla rinfusa e alla fine la Bosnia ci ha buttati fuori. Eppure Gravina ancora oggi resiste, imperturbabile rispetto alla realtà, “sono un giunco e difficilmente mi spezzo”.

Ma noi non vogliamo che Gravina si spezzi, non ci interessa il suo destino personale, ci interessa, anzi ci preoccupa, che si sia spezzato qualcosa che non è solo lo sport più praticato, è parte della nostra tradizione, e anche parte del Pil italiano. Quindi faccia il giunco quanto vuole, ma si dimetta, parola che non è detta a casaccio o per motivi strumentali, ma con un senso esatto, non contestabile. E invece Gabriele Gravina anche stamattina è irriducibilmente al suo posto.


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